{"id":565,"date":"2020-11-29T12:33:43","date_gmt":"2020-11-29T12:33:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/?p=565"},"modified":"2020-11-29T12:33:43","modified_gmt":"2020-11-29T12:33:43","slug":"astronotes","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/2020\/11\/29\/astronotes\/","title":{"rendered":"Appunti di Astronomia Pratica"},"content":{"rendered":"<h3 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Nozioni introduttive all&#8217;osservazione amatoriale del Cielo<\/b><\/h3>\n<p align=\"JUSTIFY\">Spesso nella mie attivit\u00e0 astronomiche, sia nei contatti diretti sia nelle interazioni sui social media, mi vengono richiesti consigli sull&#8217;acquisto di un primo telescopio. Un quesito apparentemente semplice che nasconde per\u00f2 una complessa tematica a cui non \u00e8 onestamente possibile rispondere in maniera sintetica, obbligando entrambe le parti in un lungo e dettagliato approfondimento imprescindibile se si vuole un minimo di completezza ed onest\u00e0 intellettuale. Spesso, in queste occasioni, sono tentato di indirizzare le persone verso siti specifici, dove l&#8217;argomento viene trattato in maniera pi\u00f9 o meno approfondita ma comunque abbastanza estesa senza entrare in dettagli eccessivamente tecnici; in effetti \u00e8 piuttosto raro che chi si avvicina per la prima volta al mondo dell&#8217;osservazione amatoriale del cielo abbia nozioni di ottica, di fisica e di astronomia, per cui un approccio discorsivo scevro di formule dovrebbe essere senz&#8217;altro pi\u00f9 auspicabile. Contemporaneamente si corre per\u00f2 il rischio di fornire un servizio parziale, dando l&#8217;illusione al neofita che la matematica e l&#8217;ottica, anche se di base, non siano necessarie; questo porta ad ignorare alcuni elementi essenziali che possono condizionare in maniera pesante scelte seguenti. Per contro altri siti scelgono un approccio squisitamente tecnico, apprezzabile dal punto di vista formale, ma forse un po&#8217; troppo ostico per una parte considerevole di pubblico. Una via di mezzo \u00e8 quindi senz&#8217;altro auspicabile e, in questo senso, tento di dare il mio modesto contributo nel quadro generale di servizio alla comunit\u00e0 visto come un&#8217;introduzione all&#8217;astronomia non professionale.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Il Diametro del Telescopio.<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\">Dopo queste necessarie premesse, si pu\u00f2 passare a sviscerare l&#8217;argomento nelle sue varie sfaccettature, iniziando con quello che \u00e8, probabilmente, l&#8217;aspetto pi\u00f9 importante: il diametro del telescopio. Con questo termine intendo il diametro della lente o specchio principale del nostro strumento ottico, chiamato anche obiettivo, quella che \u00e8 destinata a raccogliere la luce proveniente dagli astri; vedremo pi\u00f9 avanti le differenze tra telescopi a lenti e quelli a specchio. Le dimensioni dell&#8217;obiettivo del telescopio \u00e8 l&#8217;elemento fondamentale dell&#8217;intero sistema ottico e fornisce un&#8217;immediata indicazione circa le sue potenziali prestazioni: esso permette di valutare quanta luce verr\u00e0 raccolta dallo strumento e permette di calcolare il potere risolutivo dello strumento, ovvero la sua capacit\u00e0 di visualizzare i pi\u00f9 piccoli dettagli osservabili. Per fare un esempio, un telescopio da 100mm di diametro raccoglier\u00e0 circa 278 volte pi\u00f9 luce dell&#8217;occhio umano adattato al buio, uno da 200mm circa 1.100 volte di pi\u00f9. Inoltre un telescopio da 100mm di diametro avr\u00e0 un potere risolutivo pari a circa 1,2 secondi d&#8217;arco, mentre un 200mm arriver\u00e0 a circa 0,6 secondi d&#8217;arco. Il termine \u201csecondi d&#8217;arco\u201d indica una misura angolare dove 1 secondo d&#8217;arco (rappresentato graficamente dai doppi apici \u201c) corrisponde a 1\/3600 di grado.<\/p>\n<h4 align=\"JUSTIFY\"><b>Il Potere Risolutivo.<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><a name=\"firstHeading\"><\/a>Vediamo innanzi tutto di approfondire l&#8217;argomento del potere risolutivo: come si \u00e8 detto \u00e8 la capacit\u00e0 di un obiettivo di mostrare dettagli fini di un&#8217;immagine, in campo astronomico si possono considerare due stelle molto ravvicinate tra di loro (stelle doppie) oppure le pi\u00f9 piccole strutture visibili sulla Luna o sulla superficie di un pianeta (crateri ad esempio). Per calcolare il potere risolutivo di solito si usa una formula empirica dovuta all&#8217;astronomo inglese <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/William_Rutter_Dawes\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">William Rutter Dawes<\/a><span lang=\"it-IT\"> (1799-1868) e per questo chiamata <\/span><span lang=\"it-IT\"><i>formula di Daves<\/i><\/span><span lang=\"it-IT\">:<\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><b>Pr = 120 \/ D <\/b><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\">Dove Pr \u00e8 il potere risolutivo espresso in secondi d&#8217;arco e D il diametro del telescopio in millimetri. <span lang=\"it-IT\">In realt\u00e0 si tratta di una formula molto approssimata, spesso anche il termine fisso 120 non \u00e8 poi cos\u00ec fisso, in quanto alcuni usano altri valori che possono andare da 115 fino anche a 138. Una migliore formulazione si deve al fisico britannico <\/span><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/John_William_Strutt_Rayleigh\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">John William Strutt Rayleigh<\/a><span lang=\"it-IT\"> (1842-1919), premio Nobel nel 1904, e viene chiamato <\/span><span lang=\"it-IT\"><i>criterio di Rayleigh:<\/i><\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><b>Pr = 1,22 * (L \/ D)<\/b><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span lang=\"it-IT\">dove L \u00e8 la lunghezza della luce media nel campo del visibile, ovvero quella percepibile dall&#8217;occhio umano; questo valore \u00e8 pari a circa 550 nanometri (nm) ovvero 0,00055 millimetri. Il criterio di Rayleigh \u00e8 sicuramente pi\u00f9 rigoroso perch\u00e8 tiene conto della natura ondulatoria della luce, della rifrazione e dell&#8217;interferenza. Le immagini delle stelle dovrebbero essere dei punti privi di dimensioni in quanto, anche per quelle pi\u00f9 vicine, i loro diametri reali sono enormemente inferiori rispetto all&#8217;incredibile distanza a cui si trovano da noi. Tuttavia quando si esamina l&#8217;immagine di una stella attraverso un telescopio possiamo rilevare che si presenta come un piccolo disco luminoso circondato da uno o pi\u00f9 anelli; il disco centrale \u00e8 chiamato <\/span><span lang=\"it-IT\"><i>disco di Airy<\/i><\/span><span lang=\"it-IT\"> e gli anelli esterni <\/span><span lang=\"it-IT\"><i>anelli di diffrazione<\/i><\/span><span lang=\"it-IT\">: questa immagine viene creata grazie alle propriet\u00e0 ondulatorie della luce, non \u00e8 un difetto del sistema ottico ed \u00e8 assolutamente indipendente dalle caratteristiche fisiche dell&#8217;oggetto che si osserva. Il disco di Airy ha quindi dimensioni fisse per ogni telescopio e rappresenta il minimo diametro angolare di una sorgente che il telescopio ci pu\u00f2 fornire; un qualunque oggetto avente dimensioni angolari inferiori alle dimensioni del disco di Airy o con dimensioni virtualmente nulle, come nel caso di una stella, verr\u00e0 mostrato comunque come un dischetto delle dimensioni del disco di Airy. La formula approssimata per calcolare il diametro del disco \u00e8:<\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>A = 2,44 * (L \/ D)<\/b><\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove ancora L \u00e8 la lunghezza d&#8217;onda media dello spettro visibile (550 nanometri) e D il diametro del telescopio in millimetri; il risultato A \u00e8 espresso in secondi di arco; il concetto di potere risolutivo ora pu\u00f2 essere espresso nei termini della capacit\u00e0 di un telescopio di poter separare due dischi <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">di Airy contigui. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-569 alignleft\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/airydisk.jpg\" alt=\"\" width=\"492\" height=\"433\" \/><i><\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><span style=\"font-size: small;\"><i>Immagine di diffrazione di una stella cos\u00ec come si presenta in un telescopio, con il Disco di Airy al centro contornato dagli Anelli di Diffrazione; immagine tratta dal documento \u201cTelescopi Astronomici\u201d di Giuseppe Cutispoto, INAF, Osservatorio Astrofisico di Catania<\/i><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-570 alignleft\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/criteriorayleigh.jpg\" alt=\"\" width=\"578\" height=\"377\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><span style=\"font-size: small;\"><i>Il Criterio di Rayleigh applicato sui profili di luminosit\u00e0 dei dischi di Airy. Nel caso 1 abbiamo una singola stella, nel caso 2 e 3 due stelle sempre pi\u00f9 ravvicinate ma ancora separabili; il caso 4 avviene quando le due stelle sono molto vicine, ovvero quando la loro separazione \u00e8 al di sotto del diametro del disco di Airy e non possono pi\u00f9 essere viste separatamente. Immagine tratta dal documento \u201cTelescopi Astronomici\u201d di Giuseppe Cutispoto, INAF, Osservatorio Astrofisico di Catania<\/i><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Nell&#8217;uso comune viene utilizzata la formula di Dawes, in quanto pi\u00f9 semplice ed immediata; in effetti i risultati delle due formule non differiscono poi cos\u00ec tanto e poi bisogna tener conto che ci sono altri effetti che possono condizionare pesantemente il potere risolutivo di un telescopio; uno di questi, e forse il pi\u00f9 importante, \u00e8 dovuto alla turbolenza atmosferica.<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Il Seening<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">La nostra atmosfera, che ci protegge e permette la vita sul nostro pianeta, \u00e8 in realt\u00e0 un problema per chi osserva il cielo. Si comporta come una lente che deforma le immagini dei corpi celesti, introducendo disturbi di varia natura che portano ad un generale peggioramento della visibilit\u00e0 e nitidezza. Con il termine \u201cturbolenza atmosferica\u201d si intendono tutti quei fenomeni di agitazione dell&#8217;aria che fanno scintillare le stelle e deformano le immagini dei pianeti, spesso precludendo la visibilit\u00e0 dei dettagli pi\u00f9 fini ed abbassando di fatto il potere risolutivo di un qualunque telescopio; tutto questo \u00e8 sintetizzato dal termine inglese <i>seening<\/i> che in questo contesto assume proprio il significato di \u201cgrado di turbolenza o agitazione atmosferica\u201d, anche se la sua esatta traduzione dall&#8217;inglese \u00e8 un qualcosa di completamente diverso. Per misurare il seening si utilizza l&#8217;immagine a fuoco di una stella e si valuta il grado di visibilit\u00e0 del suo disco di Airy e degli anelli di diffrazione. Esistono due scale che possono essere utilizzate: una \u00e8 quella di <i>Antoniadi<\/i> dall&#8217;astronomo di origine greca naturalizzato francese <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Eug\u00e8ne_Michel_Antoniadi\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Eugenios Antoniadis<\/a> (1870-1944) ed \u00e8 composta da scala in numeri romani che va da I (seening perfetto, eccezionale) a V (massima turbolenza, pessimo); pi\u00f9 completa \u00e8 senz&#8217;altro quella di <i>Pickering<\/i> dall&#8217;astronomo <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/William_Henry_Pickering\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">William H. Pickering<\/a> (1858-1938) che prevede una scala che va da 1 a 10 dove 1 rappresenta il seening peggiore e 10 quello migliore, estesa ed invertita quindi rispetto a quella di Antoniadi. Entrambe le scale sono valide per\u00f2 personalmente credo che sia pi\u00f9 semplice utilizzare quella di Antoniadi, se non altro perch\u00e8 suddivisioni troppo dettagliate come nel caso del sistema di Pickering, possono generare confusione specie negli osservatori meno esperti.<\/span><\/p>\n<table border=\"1\" width=\"100%&quot;\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td width=\"15%\">SEENING I<\/td>\n<td width=\"55%\"><b>Eccezionale.<\/b> Immagine perfetta, stabile e ben definita per diversi minuti. Piuttosto rara, massimo venti notti all&#8217;anno per una qualunque localit\u00e0.<\/td>\n<td width=\"40%\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-577 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/10.gif\" alt=\"\" width=\"205\" height=\"205\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>SEENING II<\/td>\n<td><b>Buono.<\/b> Lunghi intervalli con immagine ferma, alternati con brevi momenti di leggero tremolio.<\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-576 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/08.gif\" alt=\"\" width=\"205\" height=\"205\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>SEENING III<\/td>\n<td><b>Medio.<\/b> Immagine disturbata da tremolii, con alcuni momenti di calma<\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-575 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/05.gif\" alt=\"\" width=\"205\" height=\"205\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>SEENING IV<\/td>\n<td><b>Cattivo.<\/b> Immagine costantemente perturbata da persistenti tremolii.<\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-574 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/03.gif\" alt=\"\" width=\"205\" height=\"205\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>SEENING V<\/td>\n<td><b>Pessimo.<\/b> Immagine molto perturbata.<\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-573 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/01.gif\" alt=\"\" width=\"205\" height=\"205\" \/><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p align=\"CENTER\"><em><span style=\"font-size: small;\">Scala di Antoniadi per misurare il seening, ovvero il grado di turbolenza atmosferica.<\/span><\/em><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Il risultato finale \u00e8 che solo nel caso di seening di livello I e II il potere risolutivo reale sar\u00e0 molto vicino a quello teorico previsto dalle formule di Dawes e dal criterio di Rayleigh, in tutti gli altri casi sar\u00e0 limitato dalla turbolenza atmosferica. Di questo tocca ovviamente tener conto nella scelta finale di un telescopio. Se infatti la zona da cui si osserva soffre di un seening perennemente cattivo e lo strumento dovr\u00e0 essere destinato principalmente all&#8217;osservazione planetaria, sar\u00e0 perfettamente inutile acquistarne uno di grande diametro, perch\u00e8 verr\u00e0 sicuramente sottoutilizzato e non potr\u00e0 essere trasportato con facilit\u00e0 in zone con seening migliore per via delle sue dimensioni. Per le osservazioni visuali di oggetti deboli, chiamate <i>Deep Sky<\/i>, il seening \u00e8 un po&#8217; meno determinate, conta sicuramente di pi\u00f9 la capacit\u00e0 del telescopio di raccogliere quanta pi\u00f9 luce possibile, quindi di avere un grande diametro dell&#8217;obiettivo; le cose cambiano drasticamente con l&#8217;astrofotografia, dove un seening cattivo condizioner\u00e0 pesantemente anche le immagini a media e lunga esposizione.<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>La Magnitudine Limite<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">E&#8217; necessario a questo punto andare ad approfondire il secondo argomento collegato al diametro dell&#8217;obiettivo di un telescopio, ovvero della sua capacit\u00e0 di raccogliere luce. Questo parametro ci potr\u00e0 dire quanto in profondit\u00e0 si potr\u00e0 spingere l&#8217;indagine del nostro strumento ottico, ovvero quali saranno gli oggetti pi\u00f9 deboli che potr\u00e0 registrare; per poter valutare questo elemento \u00e8 per\u00f2 necessario introdurre il concetto di <i>magnitudine<\/i>. Con questo termine si intende la luminosit\u00e0, apparente od assoluta, di un corpo celeste espressa secondo una scala che affonda le sue origini nell&#8217;antichit\u00e0, esattamente nel periodo ellenistico. Fu <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Ipparco_di_Nicea\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Ipparco di Nicea<\/a> (200-120 AC) il primo probabilmente ad utilizzare il sistema delle magnitudini, assegnando alle stelle visibili ad occhio nudo delle \u201cclassi di luminosit\u00e0\u201d identificando le pi\u00f9 luminose come stelle di prima grandezza e quelle pi\u00f9 deboli di sesta grandezza. Questo sistema, abbastanza primitivo e poco preciso, fu perfezionato in tempi moderni quando <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Norman_Robert_Pogson\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Norman Robert Pogson<\/a> (1829-1891) defin\u00ec una stella di prima magnitudine come 100 volte pi\u00f9 luminosa di una di sesta magnitudine, per cui il rapporto tra due classi di magnitudini contigue doveva essere di 2,512. Venne adottata la scala logaritmica e vennero introdotte i valori decimali, le magnitudini oltre la sesta per le stelle pi\u00f9 deboli, visibili solo con strumenti ottici, e quelle di valore zero e negative per gli oggetti pi\u00f9 luminosi. In questa scala Sirio, la stella pi\u00f9 luminosa di tutto il cielo ha magnitudine -1,44, la Luna Piena circa -12 ed il Sole -26,8; gli oggetti pi\u00f9 deboli fotografati sono all&#8217;incirca di magnitudine 30, ripresi con il telescopio spaziale Hubble e con il Keck Telescope di 10 metri di diametro nelle Hawaii. <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Per calcolare la <i>magnitudine limite<\/i> che potr\u00e0 raggiungere il nostro telescopio \u00e8, in prima approssimazione, possibile utilizzare la seguente formula:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>M = 7,5 + (5 * LOG(D))<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove <b>D<\/b> \u00e8 il diametro dell&#8217;obiettivo del telescopio in centimetri, <b>LOG<\/b> \u00e8 il logaritmo a base 10 e <b>M<\/b> la magnitudine limite apparente risultante.<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Dobbiamo usare il termine \u201capparente\u201d, anche se implicito quando si parla di astronomia osservativa, in quanto stiamo valutando la luminosit\u00e0 di astri cos\u00ec come ci appaiono dalla Terra, con l&#8217;influenza dell&#8217;atmosfera terrestre ed indipendentemente dalla loro distanza e dalle loro luminosit\u00e0 reali; in astrofisica ha invece la massima rilevanza il termine di <i>magnitudine assoluta\u00a0<\/i>ma la sua trattazione esula dall&#8217;ambito di questo articolo. Un telescopio da 100 millimetri di diametro potr\u00e0 quindi mostrarci, teoricamente ed approssimativamente, stelle fino alla magnitudine 12,5, ovvero 400 volte meno luminose delle stelle pi\u00f9 deboli teoricamente visibili ad occhio nudo: questo in base all&#8217;equazione:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>F<sub>2<\/sub>\/F<sub>1<\/sub> = 2,512<sup>(m2-m1)<\/sup> <\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Dove F<sub>2<\/sub>\/F<sub>1<\/sub> \u00e8 il rapporto tra i flussi luminosi degli oggetti presi in considerazione, m2 e m1 invece le magnitudini apparenti, quindi si deve considerare la differenza assoluta tra le due magnitudini. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-602\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/grafici_maglimite_potererisolutivo-300x189.jpg\" alt=\"\" width=\"733\" height=\"462\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/grafici_maglimite_potererisolutivo-300x189.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/grafici_maglimite_potererisolutivo.jpg 735w\" sizes=\"auto, (max-width: 733px) 100vw, 733px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><em><span style=\"font-size: small;\">Grafici schematici che riassumono a sinistra la magnitudine limite raggiungibile con diversi diametri di obiettivi ed a occhio nudo in funzione della tecnica osservativa, a destra il potere risolutivo sempre in funzione del diametro del dell&#8217;obiettivo del telescopio. Immagine tratta da &#8220;Atlante di Astronomia&#8221; di Joachin Herrmann, Oscar Studio Mondadori, III edizione aprile 1980.<br \/>\n<\/span><\/em><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Una formulazione pi\u00f9 corretta della formula utile per il calcolo della magnitudine limite sarebbe la seguente:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>M = m + (5 * LOG(D\/p))<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove ancora <b>LOG<\/b> \u00e8 il logaritmo a base 10, <b>D<\/b> il diametro del telescopio, <b>p<\/b> il diametro della pupilla umana in condizioni di perfetto adattamento al buio e <b>m<\/b> la magnitudine limite ad occhio nudo, cio\u00e8 la magnitudine della stella pi\u00f9 debole che \u00e8 possibile scorgere senza l&#8217;ausilio di strumenti ottici. Questa diversa formulazione viene quindi espressa in termini di guadagno di luce raccolta rispetto all&#8217;occhio umano e diventa dipendente dalla serata osservativa, in quanto si parte dalle stelle pi\u00f9 deboli visibili ad occhio nudo, cosa che pu\u00f2 variare da una giornata all&#8217;altra. In questa forma la magnitudine limite del nostro telescopio da 100 millimetri di diametro, con una serata dove la magnitudine limite del cielo \u00e8 5,0 diventa 11,1. Attenzione per\u00f2 che in realt\u00e0 siamo ancora ben distanti da una valutazione corretta: la magnitudine limite \u00e8 infatti influenzata anche da altri fattori, tra i quali il contrasto che viene applicato all&#8217;immagine, cosa che si ottiene con l&#8217;ingrandimento e che pu\u00f2 essere calcolato con ulteriori formule leggermente pi\u00f9 complesse. In generale si assume come formula di riferimento la prima che per quanto molto semplificata, tiene effettivamente conto solo del diametro del telescopio; la seconda introduce degli elementi troppo variabili e non generalizzabili, cos\u00ec come altre formulazioni pi\u00f9 complesse. E&#8217; innegabile per\u00f2 che la magnitudine limite ad occhio nudo influenzi pesantemente il risultato finale di magnitudine limite telescopica, sia visuale che fotografica: la scelta di un telescopio deve quindi tenere presente le condizioni generali di osservazione del luogo che sar\u00e0 maggiormente utilizzato come sito osservativo.<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-587 alignleft\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/ORION_20201021_2331UT_41MMF5.0_8MINSUM_1600ISO-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"830\" height=\"553\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/ORION_20201021_2331UT_41MMF5.0_8MINSUM_1600ISO-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/ORION_20201021_2331UT_41MMF5.0_8MINSUM_1600ISO-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/ORION_20201021_2331UT_41MMF5.0_8MINSUM_1600ISO-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/ORION_20201021_2331UT_41MMF5.0_8MINSUM_1600ISO-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/ORION_20201021_2331UT_41MMF5.0_8MINSUM_1600ISO-2048x1365.jpg 2048w\" sizes=\"auto, (max-width: 830px) 100vw, 830px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\" align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>La costellazione di Orione ripresa con un obiettivo fotografico da 55 mm aperto a f\/5.6 ed un&#8217;esposizione complessiva di 120 secondi a 6400 ISO. La luminosa stella rossastra sulla sinistra dell&#8217;immagine \u00e8 Betelgeuse (Alpha Orionis), variabile che pu\u00f2 assumere anche magnitudini leggermente negative; l&#8217;altra stella pi\u00f9 luminosa nell&#8217;immagine \u00e8 quella blu a destra, Rigel (Beta Orionis) di magnituine zero. Le stelle pi\u00f9 deboli visibili in questa foto sono oltre la magnitudine 10. (Foto Massimo Dionisi, 20 ottobre 2020)<\/em><br \/>\n<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Il Fondo Cielo<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Traducendo in termini pratici i discorsi riguardanti la magnitudine limite ad occhio nudo, vediamo che si pu\u00f2 tranquillamente parlare di luminosit\u00e0 di fondo del cielo includendo anche gli effetti dell&#8217;inquinamento luminoso. Il cielo ha una sua luminosit\u00e0 di fondo che, per quanto possa essere bassa, \u00e8 tuttavia presente anche quando sembra assolutamente scuro e profondo come una notte in alta montagna; l&#8217;effetto \u00e8 pi\u00f9 evidente quando si osserva da zone pianeggiati dove l&#8217;atmosfera \u00e8 meno limpida con maggiore quantit\u00e0 di pulviscolo atmosferico, in questi casi si arriva ad osservare il fondo cielo come una velatura biancastra che sottrae alla vista le stelle pi\u00f9 deboli. Le cose peggiorano in presenza della <i>luce zodiacale<\/i> oppure della Luna che con il suo chiarore impedisce l&#8217;osservazione di oggetti deboli anche con i telescopi; ancora peggio se ci si trova ad osservare in presenza di disturbi luminosi dovuti alle attivit\u00e0 umane, quindi con un inquinamento luminoso. Se tutti questi fattori di disturbo devono essere tenuti presenti nel caso di osservazioni visuali, la cosa diventa veramente drammatica nel caso di fotografia a lunga esposizione; tutti i disturbi che tendono ad innalzare la luminosit\u00e0 del fondo cielo sono forse poco rilevanti nel caso di osservazioni visuali o fotografiche dei pianeti o della Luna, assumono invece la massima importanza quando ci si voglia spingere con esposizioni maggiori di pochi minuti per cercare di riprendere oggetti deboli e diffusi, come nebulose e galassie. Anche chi opera con fotocamere digitali delle ultime generazioni si trova in difficolt\u00e0; poco giover\u00e0 alzare i valori degli ISO per diminuire il tempo di posa il pi\u00f9 possibile: la maggiore sensibilit\u00e0 del sensore, oltre ad aumentare il rumore di fondo, evidenzier\u00e0 e registrer\u00e0 comunque il disturbo luminoso. E&#8217; anche vero per\u00f2 che proprio i sensori elettronici hanno permesso la fotografia astronomica anche in presenza di inquinamento luminoso, portando innegabili benefici all&#8217;astrofilo: se prima era praticamente impossibile solo pensare di fotografare oggetti deboli in prossimit\u00e0 di centri abitati utilizzando le emulsioni fotografiche, ora con i CCD e i CMOS sono possibili esposizioni anche di diversi minuti dove \u00e8 possibile registrare immagini significative, specie se si utilizzano filtri UHC od altri a banda ancora pi\u00f9 stretta che escludono le lunghezze d&#8217;onda provenienti dalle sorgenti luminose artificiali. In questo senso un ruolo importante gioca anche la lunghezza focale del telescopio e, quindi, il suo rapporto d&#8217;apertura.<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-589 alignleft\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Foto-da-Massimo-Dionisi-300x169.jpg\" alt=\"\" width=\"837\" height=\"472\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Foto-da-Massimo-Dionisi-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Foto-da-Massimo-Dionisi-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Foto-da-Massimo-Dionisi-768x432.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Foto-da-Massimo-Dionisi-1536x864.jpg 1536w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Foto-da-Massimo-Dionisi.jpg 1599w\" sizes=\"auto, (max-width: 837px) 100vw, 837px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\" align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Inquinamento luminoso dovuto alla presenza di centri abitati. Quasi sempre la presenza di agglomerati urbani, anche di media o piccola entit\u00e0, si accompagna ad un pesante inquinamento luminoso del cielo per lo pi\u00f9 non giustificabile. Troppo spesso vengono installati lampioni che proiettano luce dove non serve, ossia verso il cielo, oppure insegne luminose che sprecano inutilmente energia elettrica. In questa immagine la citt\u00e0 di Sassari in Sardegna ripresa dal piccolo centro abitato di Osilo posto ad una quota di circa 600 metri sul livello del mare; la citt\u00e0 di Sassari ha una popolazione complessiva di circa 130.000 abitanti. (Foto Massimo Dionisi, 25 agosto 2020)<\/em><br \/>\n<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Lunghezza Focale ed Ingrandimenti.<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Spesso la domanda pi\u00f9 frequente che viene rivolta ad un astrofilo quando si parla di un telescopio \u00e8 \u201cquanto ingrandisce?\u201d La domanda pu\u00f2 avere un senso se si parla di microscopi, in campo astronomico \u00e8 pi\u00f9 che altro posta male. L&#8217;ingrandimento che pu\u00f2 raggiungere un telescopio \u00e8 un aspetto secondario, di fronte ad uno primario come il diametro dell&#8217;obiettivo, come si \u00e8 visto, e alla lunghezza focale; in realt\u00e0 non \u00e8 nemmeno una propriet\u00e0 intrinseca dello strumento ottico, in quanto pu\u00f2 variare notevolmente a seconda del tipo di <i>oculare<\/i> che viene utilizzato. Ma occorre andare per gradi. Per prima cosa riconosciamo un&#8217;altra delle propriet\u00e0 fondamentali di un obiettivo di un telescopio: la <i>lunghezza focale<\/i> dell&#8217;obiettivo. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-603\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_generico-300x123.jpg\" alt=\"\" width=\"746\" height=\"306\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_generico-300x123.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_generico.jpg 751w\" sizes=\"auto, (max-width: 746px) 100vw, 746px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Schema estremamente generalizzato di un telescopio. Immagine tratta da &#8220;Atlante di Astronomia&#8221; di Joachin Herrmann, Oscar Studio Mondadori, III edizione aprile 1980.<br \/>\n<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">I raggi di luce che entrano nell&#8217;obiettivo di un telescopio sono paralleli, l&#8217;obiettivo provvede a concentrarli in un punto, detto <i>punto focale<\/i>, dove l&#8217;immagine risultante, a fuoco, pu\u00f2 essere esaminata visualmente con oculari o fotografata; la distanza tra l&#8217;obiettivo e il punto focale \u00e8 chiamato appunto lunghezza focale. Il rapporto tra la lunghezza focale e il diametro dell&#8217;obiettivo \u00e8 chiamato <i>rapporto di apertura<\/i> o semplicemente <i>apertura<\/i> dello strumento, dato dalla formula:<\/span><\/p>\n<p align=\"LEFT\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>f = F\/ D<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">valori alti di <b>f<\/b> indicano uno strumento in cui la lunghezza focale \u00e8 molto superiore al diametro: in questi casi si dice che il telescopio \u00e8 \u201cpoco luminoso\u201d, viceversa per bassi valori di <b>f<\/b> si parla di telescopi luminosi o \u201cveloci\u201d. Uno strumento luminoso, con un rapporto di apertura fino a 4 o 5, indicato graficamente come f\/4 o f\/5, \u00e8 definibile come \u201cluminoso\u201d perch\u00e8 ha un campo apparente pi\u00f9 grande e, a parit\u00e0 di diametro dell&#8217;obiettivo, potr\u00e0 utilizzare in fotografia un tempo di esposizione pi\u00f9 breve rispetto ad un telescopio meno luminoso come un f\/8 o f\/10. Per\u00f2 al diminuire del rapporto focale aumentano anche alcuni difetti ottici congeniti, come il <i>coma<\/i> e varie <i>aberrazioni<\/i>, che possono essere corrette a prezzo per\u00f2 dell&#8217;incremento esponenziale del costo finale dello strumento ottico. In generale, telescopi con aperture fino a f\/5 sono destinati principalmente alle osservazioni di oggetti deboli e diffusi, quelli da f\/10 o f\/12 per osservazioni planetarie e lunari; una via di mezzo possono essere considerati gli strumenti tra f\/6 e f\/8. Ovviamente nulla toglie che si possa fare astrofotografia di oggetti deboli anche con telescopi aperti a f\/10, dipende per\u00f2 in questo caso anche dalla loro configurazione ottica e dal fatto di avere un diametro uguale o superiore ai 150 o 200 millimetri. In campo visuale la distinzione permane, infatti un telescopio aperto a f\/5 mostrer\u00e0 con pi\u00f9 facilit\u00e0 oggetti deboli e diffusi rispetto ad un f\/10; per\u00f2 per l&#8217;osservazione diretta con l&#8217;occhio subentra un altro elemento assolutamente fondamentale: l&#8217;<i>oculare<\/i>. L&#8217;oculare \u00e8 un sistema ottico per conto suo, il cui scopo \u00e8 quello di porsi al fuoco dell&#8217;obiettivo e restituire un&#8217;immagine ingrandita ed all&#8217;infinito di quella messa a fuoco dall&#8217;obiettivo stesso. Esistono diversi tipi di oculari che si differenziano per schema ottico e quindi potenzialmente destinati a diverse applicazioni; i pi\u00f9 semplici ed economici sono composti da due lenti, mentre quelli pi\u00f9 complessi e costosi costituiscono un sistema ottico completo anche di cinque o sei lenti di alta qualit\u00e0. Come sistema ottico indipendente, l&#8217;oculare ha una sua lunghezza focale specifica: il rapporto tra la lunghezza focale dell&#8217;obiettivo del telescopio e quella dell&#8217;oculare d\u00e0 come risultato l&#8217;ingrandimento che si ottiene utilizzando quel particolare oculare, secondo la formula:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>J = F \/ Fo<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove <b>Fo<\/b> \u00e8 la lunghezza focale dell&#8217;oculare, <b>F<\/b> quella dell&#8217;obiettivo del telescopio e <b>J<\/b> l&#8217;ingrandimento risultante. Se ne deduce immediatamente che oculari aventi una lunghezza focale maggiore forniranno ingrandimenti minori, parimenti ad un maggior campo apparente abbracciato e, complessivamente, fornendo immagini pi\u00f9 luminose ma meno contrastate. Oculari con focali pi\u00f9 corte forniranno viceversa un ingrandimento maggiore, un campo apparente minore ma un contrasto superiore. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-599\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schemi_oculari-300x226.jpg\" alt=\"\" width=\"749\" height=\"564\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schemi_oculari-300x226.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schemi_oculari-1024x773.jpg 1024w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schemi_oculari-768x579.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schemi_oculari.jpg 1104w\" sizes=\"auto, (max-width: 749px) 100vw, 749px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Schemi ottici di alcuni degli oculari pi\u00f9 diffusi. Per convenzione si intende che la luce entri da sinistra, per cui gli schemi sono orientati di conseguenza; il numero riportato per ogni schema insieme al nome si riferisce al campo visivo apparente abbracciabile dall&#8217;oculare. Immagine tratta dal libro di Walter Ferreri &#8220;Come osservare il cielo con il mio primo telescopio&#8221;, editrice Il Castello, terza edizione 1997.<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Ad esempio un telescopio di 1 metro di lunghezza focale abbinato ad un oculare da 25 millimetri di focale, uno tra i pi\u00f9 lunghi che potremmo trovare in commercio, dar\u00e0 come risultato 40 ingrandimenti, indicati graficamente come 40X. Il campo abbracciato dipende molto dalla configurazione ottica dell&#8217;oculare, per cui possiamo trovare anche oculari di focale corta con un campo apparente piuttosto considerevole; chiaramente i loro costi lievitano all&#8217;aumentare delle prestazioni. Altri importanti parametri che contraddistinguono gli oculari sono la loro <i>estrazione pupillare<\/i> e la <i>pupilla d&#8217;uscita<\/i>. La prima indica la distanza tra l&#8217;ultima lente dell&#8217;oculare e il punto dove si deve porre l&#8217;occhio per una corretta visione dell&#8217;immagine: un&#8217;alta estrazione pupillare (10 o 12 millimetri) risulta pi\u00f9 comoda e riposante per l&#8217;occhio, senza che le ciglia vadano a sbattere contro il barilotto esterno dell&#8217;oculare o che la lente dell&#8217;oculare si appanni per via dell&#8217;umidit\u00e0 dell&#8217;occhio, senza contare i vantaggi per chi \u00e8 costretto ad osservare con gli occhiali. La pupilla d&#8217;uscita \u00e8 invece il diametro del fascio luminoso uscente dall&#8217;oculare come viene visto dall&#8217;occhio e dipende essenzialmente dal rapporto tra il diametro dell&#8217;obiettivo e l&#8217;ingrandimento secondo la relazione:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>Pu = D \/ J<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">si vede quindi che all&#8217;aumentare dell&#8217;ingrandimento diminuiranno le dimensioni della pupilla d&#8217;uscita, ovvero arriver\u00e0 meno luce all&#8217;occhio e quindi l&#8217;immagine risulter\u00e0 meno luminosa. La situazione teoricamente migliore per l&#8217;osservazione visuale si raggiunge quando la pupilla d&#8217;uscita del sistema telescopio pi\u00f9 oculare eguaglia il diametro della pupilla dell&#8217;occhio umano in condizioni di adattamento al buio; questo valore \u00e8 intorno ai 6 millimetri, quindi per esempio con un telescopio da 100 millimetri di diametro, per ottenere 6 millimetri di pupilla d&#8217;uscita dovremmo applicare circa 16X come ingrandimento. Un valore del genere pu\u00f2 essere raggiunto con una focale dell&#8217;obiettivo molto bassa, come 500 millimetri, con un oculare da 25 millimetri; il nostro strumento avr\u00e0 quindi un&#8217;apertura pari a f\/5. Nel caso invece volessimo dedicare la nostra attenzione su soggetti planetari o lunari potr\u00e0 essere usata una pupilla d&#8217;uscita pi\u00f9 piccola, per esempio 2 millimetri: il nostro strumento da 100 millimetri necessiter\u00e0 questa volta di 50X per dare quel risultato; questo significa che avendo il nostro obiettivo una focale di 500 millimetri dovremmo usare un oculare da 10 millimetri. Ma pu\u00f2 un ingrandimento del genere darci un&#8217;immagine soddisfacente di un oggetto celeste, per esempio un pianeta? In realt\u00e0 si pu\u00f2 definire <i>l&#8217;ingrandimento minimo risolvente<\/i> come quell&#8217;ingrandimento con cui possiamo iniziare a visualizzare chiaramente i dettagli pi\u00f9 fini che il nostro telescopio pu\u00f2 mostraci. Abbiamo gi\u00e0 visto che la capacit\u00e0 di risolvere i dettagli \u00e8 una propriet\u00e0 basilare dell&#8217;obiettivo di un telescopio, pi\u00f9 grande \u00e8 il diametro dell&#8217;obiettivo maggiore sar\u00e0 il suo potere risolutivo, entro i limiti imposti dal seening. L&#8217;immagine che si forma sul piano focale \u00e8 gi\u00e0 completa, nel senso che sono gi\u00e0 presenti tutti i dettagli potenzialmente visibili, quello che dobbiamo fare \u00e8 ingrandirli affinch\u00e9 il nostro occhio riesca a percepirli; questo compito \u00e8, come si \u00e8 visto, affidato all&#8217;oculare. Se quindi stabiliamo un rapporto tra il potere risolutivo del telescopio e il potere risolutivo dell&#8217;occhio umano, potremmo anche calcolare quale sar\u00e0 il valore dell&#8217;ingrandimento minimo necessario, come si pu\u00f2 calcolare dalla formula:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>Jmin = Por \/ Pr<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove <b>Por<\/b> \u00e8 il potere risolutivo dell&#8217;occhio, <b>Pr<\/b> quello del telescopio e <b>Jmin<\/b> l&#8217;ingrandimento minimo. Normalmente si assume che il potere risolutivo dell&#8217;occhio umano sia intorno ai 100\u201d anche se persone con la vista particolarmente acuta possano arrivare anche a 80\u201d, rifacendoci all&#8217;esempio precedente, l&#8217;ingrandimento minimo per un telescopio da 100 millimetri di diametro sar\u00e0 di 84X, essendo il suo potere risolutivo di 1,2\u201d. L&#8217;ingrandimento massimo possibile pu\u00f2 essere invece definito empiricamente come il doppio del diametro dell&#8217;obiettivo del telescopio in millimetri; quindi il nostro strumento da 100 millimetri di diametro potr\u00e0 al massimo ingrandire 200 volte, con 500 millimetri di lunghezza focale raggiungere i 200X non \u00e8 una cosa semplice in quanto servirebbe un oculare di lunghezza focale di 2,5 millimetri. Ammesso che un oculare del genere possa esistere, la sua estrazione pupillare e pupilla d&#8217;uscita sarebbero veramente minime, praticamente inutilizzabili. Si pu\u00f2 ricorrere ad un oculare da 6 millimetri ed aggiungere un dispositivo ottico che possa raddoppiare la lunghezza focale dello strumento, dispositivo chiamato <i>lente di Barlow<\/i>. La lente di Barlow \u00e8 l&#8217;equivalente astronomico del moltiplicatore di focale fotografico, \u00e8 composta come minimo da due lenti ma meglio se costituita almeno da tre componenti; con questa configurazione forse non si raggiungeranno esattamente i 200X richiesti ma ci si potr\u00e0 avvicinare abbastanza. La regola del doppio del diametro in millimetri per l&#8217;ingrandimento massimo \u00e8 ovviamente da prendere in considerazione con le dovute cautele: innanzi tutto, come detto, \u00e8 una valutazione empirica poi vale fino a valori medi dei diametri dell&#8217;obiettivo; per un telescopio da 400 millimetri di diametro, per esempio, sicuramente non sar\u00e0 valida e l&#8217;ingrandimento massimo potr\u00e0 non superare quello calcolabile per un telescopio da 200 millimetri. Da questi esempi si pu\u00f2 capire meglio perch\u00e8 telescopi con bassi rapporti d&#8217;apertura sono preferiti per l&#8217;osservazione di oggetti deboli e diffusi mentre quelli con rapporti maggiori vengono destinati principalmente all&#8217;osservazione planetaria e lunare: \u00e8 molto pi\u00f9 semplice utilizzare forti ingrandimenti con uno strumento dotato di una focale lunga piuttosto che adattarsi con uno con focale corta e viceversa per i bassi ingrandimenti. Un forte ingrandimento non mostrer\u00e0 pi\u00f9 dettagli della superficie di un pianeta o della Luna, semplicemente far\u00e0 vedere meglio quelli gi\u00e0 presenti nell&#8217;immagine; oltre un certo limite per\u00f2 non ci saranno pi\u00f9 vantaggi e l&#8217;immagine diventer\u00e0 troppo confusa per poter essere utilizzabile.<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Le Riprese Fotografiche<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Fino a questo momento nella trattazione mi sono limitato a considerare pi\u00f9 che altro l&#8217;aspetto visuale dell&#8217;osservazione attraverso i telescopi, facendo solo accenni a quella fotografica; vediamo ora invece qualche dettaglio di quest&#8217;ultima, con alcune formule che ci possano aiutare a capire alcune grandezze e propriet\u00e0 fondamentali. Innanzi tutto chiariamo che con il termine \u201cfotografico\u201d ormai si intende esclusivamente le riprese effettuate attraverso particolari sensori elettronici che una volta colpiti dalla luce emettono elettroni, producono cio\u00e8 una corrente elettrica, in maniera proporzionale alla quantit\u00e0 di fotoni da cui sono stati illuminati. Si distinguono due tipi di sensori, apparentemente simili ma profondamente diversi, i CCD e i CMOS: i primi sono l&#8217;acronimo di Charged Coupled Device, in italiano \u201cdispositivo ad accoppiamento di carica\u201d, mentre il secondo sta per Complementary Metal Oxide Semiconductor. In sostanza entrambi assolvo alla stesso compito, trasformare il segnale luminoso continuo in un&#8217;informazione digitale e hanno completamente sostituito le antiche e gloriose emulsioni fotografiche, relegandole per sempre negli archivi della storia. <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">I vantaggi di questa evoluzione digitale sono evidenti, come gi\u00e0 accennato nella sezione riguardante il Fondo Cielo: la maggiore sensibilit\u00e0, la versatilit\u00e0, l&#8217;assenza di difetti di reciprocit\u00e0, la riposta lineare rispetto alla quantit\u00e0 di fotoni registrati, la possibilit\u00e0 di registrare una quantit\u00e0 enorme di immagini e di poterle esaminare anche immediatamente sono solo alcuni dei benefici che gli astrofili hanno avuto con l&#8217;introduzione dei sensori elettronici in campo astronomico. Non mi voglio soffermare sul dettaglio del funzionamento delle camere CCD o delle CMOS in quanto esistono gi\u00e0 altri articoli e documenti in rete di ottima qualit\u00e0 prodotti da autori veramente esperti in questo campo, ritengo quindi che il mio modesto contributo sia assolutamente irrilevante; quello che per\u00f2 posso dire \u00e8 che sostanzialmente esistono due tipi diversi di camere: le classiche fotocamere che vengono utilizzate normalmente dal grande pubblico, equipaggiate con sensori CMOS, e le camere specifiche per uso astronomico, che possono prevedere l&#8217;utilizzo sia di sensori CMOS sia di CCD . Le prime sono quelle che si possono trovare in qualsiasi negozio di ottica o attraverso la grande distribuzione, con marche note a tutti come Canon, Nikon, ecc.; per poter utilizzare proficuamente queste fotocamere in campo astronomico \u00e8 assai preferibile che siano delle reflex, quindi ad obiettivo intercambiabile, e che venga acquistato uno specifico raccordo meccanico, chiamato <i>Anello T2<\/i>, per collegare il corpo macchina al tubo del telescopio. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-613\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/T2_ring-300x208.jpg\" alt=\"\" width=\"563\" height=\"390\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/T2_ring-300x208.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/T2_ring.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 563px) 100vw, 563px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Anello T2 per il collegamento di una fotocamera reflex al sistema di messa a fuoco del telescopio; ne esistono di diversi tipi a seconda della marca della fotocamera e quindi del tipo di attacco degli obiettivi. Foto Massimo Dionisi.<br \/>\n<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">E&#8217; possibile, ovviamente, anche usare la fotocamera con la propria ottica, collegandola in parallelo al telescopio, in modo che quest&#8217;ultimo possa \u201cguidare\u201d la fotocamera nella ripresa di grandi campi celesti, tuttavia l&#8217;applicazione pi\u00f9 importante si realizza quando si crea un sistema ottico completo obiettivo del telescopio + fotocamera. La seconda tipologia di camera \u00e8 quella specifica per uso astronomico, progettata per lavorare abbinata ad un telescopio: pu\u00f2 essere equipaggiata con un sistema di raffreddamento interno per diminuire il rumore di fondo dovuto all&#8217;elettronica e, in questo caso, abbiamo normalmente una camera CCD specificatamente pensata per lunghe esposizioni di oggetti deboli e diffusi, come nebulose e galassie; altre camere pi\u00f9 semplici e meno costose sono prive del sistema di raffreddamento e sono destinate pi\u00f9 che altro alle riprese planetarie e lunari o di guida su telescopi in parallelo al telescopio principale; per queste sono utilizzati sensori CMOS. Vedremo nel dettaglio queste particolari situazioni nel seguito, per il momento utilizzer\u00f2 la dicitura \u201cCCD\u201d, anche se in maniera impropria, per identificare sia le camere CCD vere e proprie sia le CMOS: solo per ragioni di sintesi, resta inteso che i due dispositivi sono profondamente diversi anche se assolvono al medesimo compito.<br \/>\nUna delle principali propriet\u00e0 di un sensore CCD \u00e8 la dimensione dei pixel di cui \u00e8 composto: come regola generale maggiori sono le dimensioni del pixel pi\u00f9 sensibile questo risulter\u00e0; d&#8217;altra parte pixel troppo grandi potrebbero non essere eccessivamente graditi nel caso sia necessaria una risoluzione fine degli oggetti ripresi, come pu\u00f2 essere nel caso di pianeti o della Luna. La sensibilit\u00e0, in realt\u00e0, dipende in massima parte dalla <i>scala d&#8217;immagine<\/i> utilizzata, concetto che ci porta direttamente a poter parlare del <i>criterio di campionamento<\/i>.<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Il Campionamento<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Per sua stessa natura il CCD \u00e8 un dispositivo che pu\u00f2 riprodurre i segnali che riceve in maniera limitata, essendo formato da un numero finito di pixel. In sostanza possiamo dire che stiamo utilizzando uno strumento discontinuo per cercare di registrare dei segnali continui come quelli luminosi che arrivano all&#8217;interno del nostro telescopio; questo potrebbe portare alla perdita di una certa quantit\u00e0 di informazioni. Esiste per\u00f2 il cosiddetto <i>criterio di campionamento<\/i> per il quale se vengono eseguiti un numero sufficiente di rilevazioni \u00e8 possibile ricostruire l&#8217;intero segnale continuo, senza perdita di informazioni. Il criterio fa parte del <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Teorema_del_campionamento_di_Nyquist-Shannon\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><i>Teorema del Campionamento<\/i><\/a>, dovuto al fisico Harry Theodor Nyquist e all&#8217;ingegnere e matematico Claude Elwood Shannon, e permette di stabilire, traslato nel campo dell&#8217;ottica e dell&#8217;astronomia, che sono necessari almeno 2 pixel per poter registrare il pi\u00f9 piccolo dettaglio visibile con un telescopio. Restando ancorati al nostro telescopio di 100 millimetri di diametro e lunghezza focale di 500 millimetri, ricordiamo che il suo potere risolutivo teorico sarebbe pari a circa 1,2\u201d da distribuirsi su 2 pixel, quindi per sfruttare al massimo il nostro telescopio la scala d&#8217;immagine del sensore dovr\u00e0 essere pari a 0,6\u201d per pixel. Per\u00f2 dobbiamo ricordare di fare i conti con il seening: l&#8217;esperienza insegna che ben difficilmente potremmo avere un stabilit\u00e0 dell&#8217;atmosfera che ci permetta di superare i 2\u201d di risoluzione massima; quindi la nostra scala d&#8217;immagine per il sensore deve per forza di cose attestarsi al massimo su 1\u201d per pixel. La scala d&#8217;immagine per il telescopio deve per\u00f2 tenere presente le dimensioni fisiche reali dei pixel del sensore CCD stabilite dal costruttore e viene calcolata con la formula:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>S = ( d \/ F ) * 206265<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove <b>d<\/b> sono le dimensione del pixel (un lato se quadrati, lato pi\u00f9 lungo o meglio diagonale se rettangolari), <b>F<\/b> la focale del telescopio e <b>S<\/b> la scala d&#8217;immagine secondi d&#8217;arco \/ pixel. <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Nei nostri esempi precedenti abbiamo spesso usato un ipotetico telescopio da 100 millimetri di diametro e 500 millimetri di lunghezza focale, utilizzando una fotocamera commerciale oppure una camera astronomica dedicata alla riprese planetarie ed alla guida che hanno dei pixel in media delle dimensioni di 3,7 micron, si ottiene una scala d&#8217;immagine pari a 1,5\u201d\/pixel. Il valore non \u00e8 cos\u00ec lontano dal 1\u201d\/pixel ipotizzato e ci possiamo accontentare tranquillamente, anche considerando che raramente il seening ci permetter\u00e0 di beneficiare del valore ottimale. Un apparecchio del genere, per\u00f2, non sarebbe propriamente una camera CCD astronomica raffreddata dedicabile alle riprese deep sky: per quelle bisognerebbe orientarsi verso pixel decisamente pi\u00f9 grandi, da 6 fino a 9 micron. Un valore medio intorno a 7,8 micron, che poi \u00e8 la dimensione di una camera QHY8L a colori, porterebbe la scala d&#8217;immagine a ben 3,2\u201d\/pixel; in queste condizioni ci troveremo nella condizione di <i>sottocampionamento<\/i>, staremo cio\u00e8 utilizzando una scala pi\u00f9 grande di quella ottimale prevista che si tradurrebbe con delle immagini aventi stelle troppo piccole che mostrerebbero la forma dei pixel (stelle quadrate&#8230;), anche se nelle foto a lunga posa vedremo gli oggetti nebulari ben definiti e dettagliati. Appare quindi chiaro che, nella scelta di uno strumento che sia adatto alla fotografia astronomica, sia necessario considerare non solo il telescopio ma anche la camera CCD con cui dovr\u00e0 essere abbinato, tutto questo in funzione del diametro dell&#8217;obiettivo e del seening medio del luogo osservativo. Invece con un telescopio Schmidt-Cassegrain da 200 millimetri di diametro e rapporto d&#8217;apertura f\/10, molto diffuso tra gli astrofili, una camera con pixel da 3,7 micron porterebbe ad una scala d&#8217;immagine di 0,38\u201d\/pixel; saremmo in questo caso in una condizione di <i>sovracampionamento<\/i>: le immagini stellari verranno distribuite su pi\u00f9 pixel e cos\u00ec anche i dettagli pi\u00f9 piccoli che il telescopio ci potr\u00e0 mostrare, per contro gli oggetti nebulari ci appariranno deboli, poco incisivi e non ben contrastati. In realt\u00e0 una condizione del genere trova la sua migliore applicazione nelle riprese planetarie, a patto di non esagerare: nelle fotografia di pianeti e della Luna non si procede per scatto singolo, bens\u00ec si registrano dei brevi filmati in formato AVI non compresso che possano registrare qualche migliaio di frame con tempi esposizione brevissimi, dell&#8217;ordine di pochi decimi di secondo. In questo modo le turbolenze atmosferiche possono quasi essere \u201ccongelate\u201d, permettendo di registrare una parte di frame in condizioni di seening pressoch\u00e9 perfetto: il filmato viene quindi passato a dei software specifici che possono individuare i frame migliori, assemblarli insieme, mediarli e fornire un risultato finale sotto forma di immagine singola corretta; ulteriori elaborazioni permettono poi di eliminare, seppur parzialmente, il rumore di fondo ed ottenere immagini che possono anche arrivare al limite della risoluzione teorica dello strumento utilizzato. Si \u00e8 detto senza esagerare: infatti si potrebbe essere tentati, avendo a disposizione un telescopio con una discreta lunghezza focale, di \u201cforzare\u201d la scala d&#8217;immagine nel tentativo di avere dei dischi planetari pi\u00f9 grandi possibile; il nostro Schmidt-Cassegrain da 200 millimetri f\/10 pu\u00f2 essere spinto anche a focali equivalenti pari a tre volte la sua focale originale, quindi fino a 6 metri o anche di pi\u00f9, con particolari tecniche di ripresa che illustrer\u00f2 pi\u00f9 avanti. In queste condizioni la scala d&#8217;immagine diventerebbe di 0,13\u201d\/pixel sempre con i nostri pixel da 3,7 micron, difficile da approvare anche nelle migliori condizioni di seening; la risoluzione massima possibile sar\u00e0 sempre comunque quella prevista dalle leggi dell&#8217;ottica, il che equivale per un obiettivo da 200 millimetri a circa 0,6\u201d, quindi 0,3\u201d\/pixel. E&#8217; vero che stiamo cercando di ingrandire un poco i dettagli pi\u00f9 minuti, distribuendoli su pi\u00f9 di un pixel per poterli osservare meglio, tuttavia se si ingrandisce troppo le immagini appariranno sgranate, impastate e completamente sfuocate. <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Utilizzando una camera CCD astronomica, come la gi\u00e0 citata QHY8L, con il nostro Schmidt-Cassegrain f\/10 la situazione \u00e8 differente: ci troviamo ad avere, al fuoco principale del telescopio, una scala d&#8217;immagine di 0,8\u201d\/pixel quindi ancora in regime di sovracampionamento, tuttavia \u00e8 una condizione quasi al limite e comunque rimediabile con un riduttore di focale, un accessorio ottico esattamente opposto al duplicatore di focale. In commercio si possono reperire ottimi riduttori di focale, che effettuano anche delle correzioni ottiche al campo inquadrato, per un fattore di 0,63: la lunghezza focale del nostro Schmidt-Cassegrain diventerebbe quindi equivalente a circa 1200 millimetri con una conseguente scala d&#8217;immagine di 1,3\u201d\/pixel. Meglio per\u00f2 utilizzare un telescopio che ha una focale pi\u00f9 corta in modo nativo, come un riflettore da 200 millimetri di diametro e lunghezza locale di 1200 millimetri (f\/6): forse non sar\u00e0 lo strumento migliore per fotografare i pianeti ma sar\u00e0 senz&#8217;altro molto pi\u00f9 indicato per le deboli nebulose e le elusive galassie. <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Abbiamo fatto le nostre considerazioni portando come esempi sia camere CMOS o fotocamere con pixel piccoli (3,7 micron per esempio) e le CCD con pixel pi\u00f9 grandi (7,8 micron): all&#8217;aumentare delle dimensioni dei pixel aumentano le loro capacit\u00e0 di contenere elettroni, aumenta cio\u00e8 la loro dinamica e quindi la capacit\u00e0 di registrare correttamente oggetti con grandi differenze di luminosit\u00e0 al loro interno, come ad esempio le galassie a spirale, anche per questo sono preferite per gli oggetti deboli. Le camere CCD per uso astronomico hanno anche un&#8217;altra caratteristica, oltre al sistema di raffreddamento utile per diminuire il rumore di fondo dell&#8217;elettronica, la capacit\u00e0 di poter unire i pixel per formare dei <i>pixel virtuali<\/i> pi\u00f9 grandi in modalit\u00e0 2&#215;2 o anche superiori; questa modalit\u00e0 \u00e8 chiamata <i>binning<\/i> che aumenta la sensibilit\u00e0 ma diminuisce la risoluzione. La risoluzione di una camera come la QHY8L portata ad esempio \u00e8 di partenza circa 3000&#215;2000 pixel (binning 1&#215;1), in modalit\u00e0 binning 2&#215;2 si attesta quindi a circa 1500&#215;1000. Appare chiaro che usando il binning 2&#215;2 avremmo anche risolto in maniera semplice e pulita il sovracampionamento del nostro telescopio Schmidt-Cassegrain f\/10, che passerebbe ad una scala d&#8217;immagine di 1,6\u201d\/pixel. <\/span><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Scegliendo delle fotocamere commerciali si perde la possibilit\u00e0 di raffreddare l&#8217;elettronica e diminuire quindi il rumore di fondo ed in questo senso sarebbe preferibile utilizzare pose brevi, per contro la risoluzione \u00e8 nettamente superiore con costi decisamente inferiori; una tipica camera commerciale entry-level, per esempio della Canon, costa poche centinaia di euro e fornisce gi\u00e0 una risoluzione di 6000&#215;4000 pixels (24 megapixels circa) anche se sono ovviamente assenti tutti quegli accorgimenti tecnici usati nelle camere CCD astronomiche. Le dimensioni dei pixel nelle fotocamere commerciali pu\u00f2 essere intorno ai 3,7 micron, praticamente analoghe ad una tipica camera CCD astronomica non raffreddata per le riprese planetarie; una fotocamera del genere abbinata ad un telescopio da 500 millimetri di diametro darebbe una scala d&#8217;immagine di 1,5\u201d\/pixel: un compromesso abbastanza buono per la ripresa di oggetti nebulari a grande campo.<\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Le tecniche di ripresa fotografiche<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">Anche se non si tratta di un argomento direttamente connesso con la scelta di un telescopio, \u00e8 indubbiamente preferibile avere le idee chiare sulle diverse modalit\u00e0 nell&#8217;eseguire riprese di astrofotografia, in modo da poter orientare le proprie scelte nel caso fosse questa la destinazione d&#8217;uso principale del nostro futuro strumento ottico. Per le normali riprese di deep sky a media e lunga esposizione la fotocamera o camera CCD deve essere posta al primo fuoco del telescopio, dove si concentra l&#8217;intero flusso luminoso raccolto dall&#8217;obiettivo; bisogna quindi rimuovere l&#8217;oculare con cui si osserva visualmente ed inserire la camera. Come accennato nel paragrafo introduttivo sulle riprese fotografiche, per collegare una fotocamera \u00e8 necessario un raccordo meccanico, chiamato Anello T, specifico per la marca di fotocamera; \u00e8 quindi ovvio che si dovr\u00e0 utilizzare esclusivamente solo i corpi macchina di fotocamere reflex. Identico il discorso per le camere CCD astronomiche, per\u00f2 queste sono gi\u00e0 progettate per interfacciarsi con il tubo di messa a fuoco del telescopio sia direttamente sia tramite degli adattatori normalmente forniti con la stessa camera CCD. Alcuni neofiti usano anche fotocamere compatte o, in generale, non reflex fino ad utilizzare la camera del proprio smartphone; la tecnica \u00e8 abbastanza semplice: avvicinano l&#8217;obiettivo della camera o smartphone all&#8217;oculare del telescopio e scattano una foto; questo metodo viene chiamato <i>afocale<\/i>. La qualit\u00e0 dell&#8217;immagine risultante \u00e8 molto scarsa, piena di aberrazioni e spesso distorta. Pu\u00f2 essere considerato un primo, rudimentale tentativo di fotografia astronomica, da abbandonare il pi\u00f9 presto possibile. Al primo fuoco dell&#8217;obiettivo di un telescopio, un oggetto di cui si conoscono le dimensioni angolari si presenta con delle dimensioni in millimetri date dalla formula:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>d = ( F * m ) \/ 206265<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove <b>F<\/b> \u00e8 la focale dello strumento in millimetri, <b>m<\/b> il diametro angolare apparente dell&#8217;oggetto in secondi d&#8217;arco e <b>d<\/b> le sue dimensioni risultanti in millimetri sul punto di messa a fuoco. Per esempio un pianeta come Giove che alla minima distanza dalla Terra presenta un diametro apparente medio di 50\u201d, con un telescopio Schmidt-Cassegrain da 200 millimetri di diametro e rapporto d&#8217;apertura f\/10 verr\u00e0 visualizzato al fuoco come un dischetto di 0,48 millimetri, la Luna invece, che ha un diametro apparente medio di 30&#8242; ovvero 1800\u201d, si presenter\u00e0 con un diametro di quasi 18 millimetri. Tradotto in termini di pixel, fotografare la Luna piena con il telescopio in esempio ed una fotocamera commerciale avente pixel delle dimensioni di 3,7 micron produrrebbe un&#8217;immagine del nostro satellite naturale equivalente a circa 4800 pixel di diametro; viceversa un telescopio 100\/500 pi\u00f9 volte citato negli esempi ne darebbe una di poco meno di 1200 pixel di diametro. Questi esempi sono utili anche perch\u00e8 ci permettono di introdurre un altro elemento importante nelle riprese fotografiche: le dimensioni del campo inquadrato. La formula per calcolarne le dimensioni in secondi d&#8217;arco \u00e8:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>C = ( L * 206265 ) \/ F<\/b><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\">dove <b>L<\/b> \u00e8 lunghezza in millimetri del lato del sensore ed <b>F<\/b> la lunghezza focale del telescopio. Essendo tutti i sensori rettangolari, la formula va applicata per ogni lato. Vediamo quindi che il nostro Schmidt-Cassegrain abbinato ad una fotocamera commerciale con sensore di dimensioni 22,3&#215;14,9 ci offrir\u00e0 un campo di 2300\u201dx1536\u201d ovvero 0,64\u00b0x0,43\u00b0, in altre parole potr\u00e0 comprendere completamente un soggetto come la Luna piena che ha un diametro di circa 0,30\u00b0. Il metodo di porre la camera di ripresa al primo fuoco del telescopio \u00e8, come si \u00e8 detto, quello standard: in pratica si trasforma il telescopio in un obiettivo fotografico; in questo modo \u00e8 possibile riprendere qualunque tipo di oggetto celeste. Alcuni soggetti necessitano per\u00f2 a volte di tecniche particolari di ripresa: i pianeti e la Luna, ad esempio, possono essere fotografati ad alto ingrandimento per mettere in evidenza i dettagli pi\u00f9 piccoli che il telescopio pu\u00f2 mostrare, in accordo sia con il potere risolutivo dello strumento sia con i limiti imposti dal seening. Abbiamo gi\u00e0 visto, parlando del campionamento, che vengono utilizzati sensori CMOS con pixel piuttosto piccoli, dell&#8217;ordine di 3,7 micron, e telescopi con focali native piuttosto lunghe che possono essere ancora aumentate con particolari accorgimenti; uno di questi \u00e8 il ricorso alla <i>lente di Barlow<\/i>, un utilissimo accessorio ottico che permette di aumentare la focale del nostro telescopio: cos\u00ec uno Schmidt-Cassegrain di 2 metri di focale nativa potr\u00e0 diventare uno strumento da 4 metri di focale equivalente con l&#8217;utilizzo di una Barlow 2x. La lente di Barlow si inserisce al posto dell&#8217;oculare e dopo di esso si collega la camera CCD\/CMOS; ne esistono di diversi tipi che variano la lunghezza focale da un fattore di 1,5x fino a 4x anche se fattori pi\u00f9 spinti andrebbero evitati perch\u00e8 l&#8217;immagine degrada rapidamente in qualit\u00e0 gi\u00e0 dopo 2x o 3x. Anche la qualit\u00e0 pu\u00f2 cambiare considerevolmente da un modello ad un altro: sono senz&#8217;altro da preferire quelle <i>apocromatiche<\/i>, anche se pi\u00f9 costose, rispetto alle <i>acromatiche<\/i> perch\u00e8 forniscono immagini di qualit\u00e0 nettamente superiore per via del maggior numero di lenti utilizzate, che correggono diverse aberrazioni, e della migliore qualit\u00e0 dei vetri. Un&#8217;altra tecnica utilizzata per produrre immagini ad alto ingrandimento di pianeti e della Luna \u00e8 quello chiamato <i>proiezione dell&#8217;oculare<\/i>. Si inserisce normalmente un oculare nella sua sede, come se si dovesse osservare visualmente, e poi grazie ad alcuni raccordi fotografici si posiziona la camera CMOS dopo l&#8217;oculare stesso. Potrebbe sembrare un metodo molto simile a quello di appoggiare una fotocamera o uno smartphone all&#8217;oculare, tuttavia non \u00e8 cos\u00ec in quanto il collegamento \u00e8 realizzato con dei raccordi meccanici e, inoltre, la camera di ripresa \u00e8 priva di ottica; in pratica l&#8217;oculare proietta l&#8217;immagine sul sensore CCD. La focale risultante dell&#8217;intero sistema dipende ora sia dalla lunghezza focale dell&#8217;oculare sia dalla distanza tra l&#8217;ultima lente dell&#8217;oculare ed il sensore, oltre che dalla lunghezza focale dell&#8217;obiettivo; la formula per calcolare la nuova lunghezza focale equivalente \u00e8:<\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-family: Arial, sans-serif;\"><b>Feq = <\/b><\/span><strong><b>F * ( ( T \/ Fo ) \u2013 1 )<\/b><\/strong><b> <\/b><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><b>F<\/b> \u00e8 la focale dell&#8217;obiettivo del telescopio, <b>Fo<\/b> la focale dell&#8217;oculare e <b>T<\/b> \u00e8 la distanza tra l&#8217;oculare ed il sensore CCD, chiamato <i>tiraggio<\/i>. Scegliendo opportunamente l&#8217;oculare \u00e8 possibile ottenere delle lunghezza focali equivalenti che possono produrre immagini piuttosto dettagliate dei maggiori pianeti e della Luna: non bisogna ovviamente esagerare, come descritto precedentemente nella sezione dedicata al campionamento.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-605\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/eyepieceprojection_schema_astronomysource.com_-300x119.jpg\" alt=\"\" width=\"716\" height=\"284\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/eyepieceprojection_schema_astronomysource.com_-300x119.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/eyepieceprojection_schema_astronomysource.com_.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 716px) 100vw, 716px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Schema ottico del sistema di proiezione dell&#8217;oculare. Immagine tratta dal sito AstronomySource<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Riprendiamo ancora una volta il nostro telescopio Schmidt-Cassegrain da 200 millimetri f\/10, troviamo che con un oculare da 9 millimetri di focale ed un tiraggio di 30 millimetri si ottiene una focale equivalente di 4,6 metri, portando il nostro telescopio ad un rapporto d&#8217;apertura di f\/23; la scala d&#8217;immagine, utilizzando sempre il nostro sensore da 3,7 micron, risulter\u00e0 essere di 0,16\u201d\/pixel che potrebbe apparire eccessiva ma che considerando le altre condizioni relative alla metodologia di ripresa ed all&#8217;elaborazione delle immagini pu\u00f2 essere presa in considerazione in presenza di un buon seening. Aumentare ulteriormente la focale non produrrebbe alcun vantaggio, anzi sarebbe assolutamente deleterio in ogni caso.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-606\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/eyepieceprojection_astronomysource.com_-300x191.jpg\" alt=\"\" width=\"730\" height=\"465\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/eyepieceprojection_astronomysource.com_-300x191.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/eyepieceprojection_astronomysource.com_.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 730px) 100vw, 730px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Componenti necessari per assemblare una versione di un sistema di proiezione dell&#8217;oculare; in questo caso si prevede il collegamento di una fotocamera commerciale, in quanto \u00e8 presente come ultimo elemento sulla destra l&#8217;anello T2 per il collegamento di un corpo macchina reflex. Immagine tratta dal sito AstronomySource.<br \/>\n<\/em><\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Tipi di telescopi.<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\">Normalmente questa sezione viene presentata all&#8217;inizio di una trattazione riguardante la scelta d&#8217;acquisto di un telescopio, specie se si tratta del primo strumento astronomico. In realt\u00e0 tutto quello illustrato finora pu\u00f2 essere considerato quasi completamente svincolato dalla tipologia di telescopio e si \u00e8 fatto un riferimento preciso solo nel caso dello <i>Schmidt-Cassegrain<\/i> ma solo per identificare una tipologia di strumento gi\u00e0 piuttosto diffusa in ambito amatoriale; \u00e8 ora per\u00f2 di affrontare anche questo argomento. Possiamo dividere i telescopi in due grandi categorie: quelli a lenti, chiamati <i>rifrattori<\/i>, e quelli a specchio identificati come <i>riflettori;<\/i> storicamente i primi telescopi ad essere costruiti furono i rifrattori: il primo telescopio ad uso astronomico costruito da Galileo Galilei intorno al 1610 era un rifrattore costituito da una singola lente posta all&#8217;estremit\u00e0 di un tubo e di un&#8217;altra lente, l&#8217;oculare, all&#8217;altra estremit\u00e0. Telescopi di questo tipo erano per\u00f2 affetti da un grave difetto noto come <i>aberrazione cromatica<\/i>: una lente singola, infatti, si comporta come un prisma ed un prisma scompone la luce bianca nelle sue componenti come mostr\u00f2 Newton nella seconda met\u00e0 del XVII secolo; l&#8217;effetto finale nell&#8217;immagine al telescopio era che tutti gli oggetti presentavano un fastidioso alone colorato. Si cerc\u00f2 di minimizzare l&#8217;effetto aumentando a dismisura la lunghezza focale ma la soluzione migliore arriv\u00f2 solo intorno alla met\u00e0 del XVIII secolo con l&#8217;introduzione di obiettivi pi\u00f9 complessi, formati da due e tre lenti, chiamati <i>acromatici<\/i>, in cui per\u00f2 continuavano ad esserci dei limiti per la lunghezza focale che non poteva essere pi\u00f9 corta di un certo valore, pena il ripresentarsi di pesanti difetti ottici. In tempi molto pi\u00f9 recenti sono stati introdotti telescopi rifrattori con obiettivi costituiti da pi\u00f9 lenti e di composizione particolare: sono chiamati <i>apocromatici<\/i> e forniscono immagini ancora pi\u00f9 corrette otticamente con lunghezza focali pi\u00f9 corte; parimenti il loro costo \u00e8 di diversi ordini di grandezza superiore rispetto a quello degli acromatici. I telescopi rifrattori acromatici sono normalmente destinati alle osservazioni planetarie, lunari e di stelle doppie mentre gli apocromatici vengono spesso utilizzati come <i>astrografi<\/i> per via del loro grande campo visivo, del basso rapporto d&#8217;apertura che permette un risparmio nei tempi di esposizione per le foto deep sky e la mancanza di ostruzione centrale che abbasserebbe il contrasto; nelle soluzioni tipicamente fotografiche viene spesso aggiunto un altro elemento ottico noto come <em>spianatore di campo<\/em> che permette di correggere le aberrazioni extra-assiali ed ottenere un campo visivo totalmente corretto, con stelle puntiformi anche ai bordi. Nei telescopi rifrattori il diametro dell&#8217;obiettivo \u00e8, ovviamente, il diametro della lente frontale del telescopio e la lunghezza focale si sviluppa linearmente fino ad un punto retrostante l&#8217;obiettivo stesso; i rapporti di apertura tipici per un rifrattore acromatico sono f\/10 o f\/12 mentre per un apocromatico da f\/8 fino a f\/6 o anche meno a seconda del modello.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-620 alignnone\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_rifrattori-300x129.jpg\" alt=\"\" width=\"693\" height=\"298\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_rifrattori-300x129.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_rifrattori.jpg 700w\" sizes=\"auto, (max-width: 693px) 100vw, 693px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Schemi ottici generalizzati di un obiettivo di un telescopio rifrattore acromatico (a sinistra) e di un apocromatico generico (a destra). Le linee colorate rappresentano i percorsi delle lunghezza d&#8217;onda dei diversi componenti la luce bianca una volta che incontra il sistema di lenti e viene rifratta; un obiettivo acromatico semplice non pu\u00f2 correggere tutte le lunghezza d&#8217;onda in modo da concentrare il fuoco in un punto singolo, per cui si creano aloni colorati intorno alle stelle, le immagini planetarie possono mostrare un lato rossastro ed un&#8217;altro blu. Un obiettivo apocromatico, invece, riesce a concentrare tutte le componenti principali della luce bianca nello stesso punto ottenendo immagini prive di cromatismo; anche il materiale di cui sono costituite le lenti \u00e8 diverso negli apocromatici rispetto agli acromatici. Immagine tratta dal sito Best Binocular Reviews.<br \/>\n<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">I telescopi riflettori sono invece caratterizzati dalla presenza di specchi nei loro schemi ottici e ne esistono i diversi tipi: anche in questo caso abbiamo un capostipite creato da <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/James_Gregory_(astronomo)\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">James Gregory<\/a> nel 1663 e perfezionato da <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Isaac_Newton\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Sir Isaac Newton<\/a> nel 1668. Questo tipo di riflettore, chiamato <i>newtoniano<\/i>, \u00e8 costituito da uno specchio di profilo parabolico posto sul fondo di un tubo sulla cui sommit\u00e0 \u00e8 piazzato uno specchio piano, pi\u00f9 piccolo, di sezione ellittica montato su un supporto a raggiera di norma a quattro elementi. La luce che entra nel tubo che \u00e8 aperto va a riflettersi sullo specchio in fondo verso il secondario che, a sua volta, la devia lateralmente sul lato del tubo che \u00e8 forato per poter accogliere il sistema di messa a fuoco con l&#8217;oculare o l&#8217;apparecchiatura fotografica. Lo schema ottico permette di avere una certa flessibilit\u00e0 per i rapporti d&#8217;apertura, che possono andare da f\/4 fino anche a f\/10: normalmente un riflettore newtoniano f\/6 o f\/8 viene definito come strumento \u201ctuttofare\u201d e l&#8217;estrema semplicit\u00e0 dello schema permette di avere strumenti medio-grandi a costi relativamente bassi; tutto questo ha portato questo tipo di riflettore ad essere il pi\u00f9 diffuso tra gli appassionati di astronomia.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-622\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_newton-300x164.jpg\" alt=\"\" width=\"584\" height=\"319\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_newton-300x164.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_newton-768x421.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_newton.jpg 999w\" sizes=\"auto, (max-width: 584px) 100vw, 584px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Schema ottico di un telescopio in configurazione Newton, immagine tratta da Wikipedia: crediti Di Sz\u0151cs Tam\u00e1s Tamasflex &#8211; Opera propria, CC BY-SA 3.0, <a href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/w\/index.php?curid=8630703\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">https:\/\/commons.wikimedia.org\/w\/index.php?curid=8630703<\/a><\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">In tutte le configurazioni ottiche dei riflettori si intende come diametro dell&#8217;obiettivo le dimensioni dello specchio pi\u00f9 grande, detto <i>primario<\/i>, deputato a raccogliere la luce degli astri. Derivato invece direttamente dal lavoro di James Gregory \u00e8 lo schema ottico <i>Cassegrain<\/i> che deve il nome dal suo ideatore l&#8217;astronomo francese <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Laurent_Cassegrain\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Laurent Cassegrain<\/a> nella seconda met\u00e0 del XVII secolo. In questo schema abbiamo ancora un tubo aperto da un lato dove entra la luce che va a riflettersi sullo specchio primario posto sul fondo ed ancora lavorato in modo da avere un profilo parabolico; la luce va ancora a convergere sullo specchio secondario pi\u00f9 piccolo posto all&#8217;estremit\u00e0 del tubo dove entra la luce ma questa volta di sezione circolare e con profilo iperbolico anzich\u00e9 piano come per il newtoniano. Il fascio di luce viene quindi riflesso indietro verso il primario, concentrandosi al suo centro che \u00e8 forato; dietro lo specchio primario si trova tutto il complesso del sistema di messa a fuoco, con oculare o apparecchio fotografico. Questo schema permette di avere grandi lunghezze focali con tubi abbastanza corti, proprio grazie al rimando del fascio ottico tra i due specchi, quindi particolarmente adatto per le osservazioni planetarie e lunari; a livello amatoriale questo schema ottico non ha riscosso molto successo mentre viene utilizzato in alcuni grandi telescopi professionali di grande diametro. Dal Cassegrain derivano altri schemi ottici, tra questi almeno uno ha avuto invece un grande successo tra gli astrofili, quello <i>Schmidt-Cassegrain<\/i>. A differenza del Cassegrain in questo schema abbiamo lo specchio principale con profilo sferico, le aberrazioni che vengono introdotte nel sistema da questo specchio pi\u00f9 rudimentale vengono parzialmente corrette da una <i>lastra correttrice<\/i> posizionata nella parte superiore del tubo, dove entra la luce; il tubo risulta quindi adesso chiuso e la lastra correttrice provvede anche a sorreggere lo specchio secondario; la particolarit\u00e0 \u00e8 che le correzzioni vengono effettuate prima che si verifichino le aberrazioni: in sostanza la luce in entrata nel telescopio viene deviata dalla lastra correttrice ntroducendo delle distorsioni che saranno poi compensate dalle aberrazioni dello specchi sferico. Questo tipo di telescopio si trova normalmente con rapporti d&#8217;apertura pari a f\/10 anche se ne esistono versioni con rapporti focali pi\u00f9 luminosi; in ogni caso viene considerato uno strumento polivalente: adatto quindi sia per le osservazioni planetarie sia per quelle deep sky.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-625\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_schmidtcassegrain-300x181.jpg\" alt=\"\" width=\"630\" height=\"380\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_schmidtcassegrain-300x181.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/schema_ottico_schmidtcassegrain.jpg 472w\" sizes=\"auto, (max-width: 630px) 100vw, 630px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Schema ottico e meccanico di un tipico telescopio Schmidt-Cassegrain commerciale: da notare la manopola in basso a sinistra che permette di muovere l&#8217;intero specchio primario per consentire la messa a fuoco.<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Una variante dello Schmidt-Cassegrain \u00e8 il <i>Maksutov-Cassegrain<\/i> in cui in luogo della lastra correttrice troviamo un menisco: le caratteristiche di questa particolare configurazione fanno s\u00ec che non si possa arrivare a diametri molto grandi e che il rapporto d&#8217;apertura rimanga compreso tra f\/12 ed f\/15, adatto quindi pi\u00f9 che altro all&#8217;osservazione visuale amatoriale e, in particolar modo, a quella dei pianeti e della Luna. <a name=\"Configurazione_Ritchey-Chr\u00e9tien\"><\/a> Esistono altre configurazioni ottiche come ad esempio la <i>Ritchey-Chr\u00e9tien<\/i> ma si tratta di soluzioni che trovano credito solo tra gli astrofili molto evoluti o in campo professionistico. Abbiamo quindi completato anche una rapida panoramica su alcune delle configurazioni ottiche che pi\u00f9 incontrano i favori degli astrofili; questo, insieme con le informazioni teoriche e pratiche fornite precedentemente, pu\u00f2 iniziare a fornire un grado abbastanza esauriente delle problematiche connesse alla scelta di un telescopio, specie se si tratta del primo acquisto. Tuttavia \u00e8 ancora mancante un aspetto fondamentale, troppo spesso ignorato o sottovalutato da quasi tutti i neofiti ovvero cio\u00e8 che sorregge il telescopio e che permette il suo puntamento, garantendo la stabilit\u00e0 di tutto il sistema mentre si osserva o si fotografa: la montatura.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>La Montatura<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\">Con il termine \u201cmontatura\u201d normalmente si intende solo la parte superiore di tutto il complesso meccanico che sorregge il telescopio; la parte inferiore cio\u00e8 il treppiede o la colonna che provvede a rialzare tutto il sistema dal terreno \u00e8 considerato a parte. Nei telescopi pi\u00f9 semplici, quelli destinati agli astrofili alle primissime armi e venduti come \u201csistemi completi\u201d preconfezionati, non si fa molta distinzione tra treppiede e montatura e i due componenti sono venduti come un sistema singolo insieme al telescopio; negli strumenti appena un poco superiori, per\u00f2, la distinzione esiste e bisogna tenerne conto quando si procede all&#8217;acquisto. La stragrande maggioranza dei basamenti sono treppiedi e il pi\u00f9 delle volte in metallo, in alcuni casi per\u00f2 vengono forniti in dotazione treppiedi in legno; la cosa importante \u00e8 che sia estensibile senza la perdita di stabilit\u00e0 e robustezza. La montatura propriamente detta, quella cio\u00e8 che sorregge direttamente il telescopio, pu\u00f2 essere di due tipi: <i>altazimutale<\/i> ed <i>equatoriale<\/i>.<\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Le montature Altazimutali<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\">La montatura altazimutale \u00e8 quella pi\u00f9 semplice ed intuitiva: il telescopio \u00e8 montato all&#8217;interno di una forcella di metallo oppure \u00e8 collegato ad un braccio singolo e si pu\u00f2 muovere in orizzontale e in verticale; il movimento orizzontale \u00e8 permesso per trecentosessanta gradi, quello verticale dall&#8217;orizzonte allo zenit, quindi per novanta gradi. Il movimento orizzontale \u00e8 anche definito azimutale, definendo l&#8217;azimut come l&#8217;angolo tra la direzione del punto cardinale nord e la direzione in cui \u00e8 puntato il telescopio andando in direzione est; quello verticale pu\u00f2 essere definito zenitale definito come la distanza angolare dalla direzione dell&#8217;oggetto a quello dello zenit (verticale per l&#8217;osservatore) o a quello dell&#8217;orizzonte locale dell&#8217;osservatore.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-641\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/coordinate_celesti-300x226.jpg\" alt=\"\" width=\"576\" height=\"434\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/coordinate_celesti-300x226.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/coordinate_celesti.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Le coordinate altazimutali. Immagine tratta da Wikipedia<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Questo tipo di montatura \u00e8 in dotazione sia ai telescopi pi\u00f9 semplici ed economici sia in alcuni modelli pi\u00f9 costosi dove l&#8217;intera struttura \u00e8 motorizzata ed interfacciata elettronicamente con un computer: il computer permette lo <i>stazionamento<\/i> del telescopio e consente di rintracciare automaticamente una grande quantit\u00e0 di corpi celesti, nonch\u00e9 di inseguirli compensando la rotazione terrestre. Con il termine \u201cstazionamento\u201d si intende un vero settaggio del telescopio in funzione della localit\u00e0 in cui si osserva; attenzione per\u00f2 a non confondere lo stazionamento con lo \u201cstazionamento polare\u201d o in gergo la \u201cmessa in polare\u201d del telescopio, questo lo vedremo in seguito parlando delle montature equatoriali. Nel caso di una montatura altazimutale computerizzata il sistema chieder\u00e0 di conoscere la posizione in termini di latitudine e longitudine, la data e l&#8217;ora correnti; su sistemi pi\u00f9 avanzati e un poco pi\u00f9 costosi, il computer potr\u00e0 ricavare da s\u00e9 queste informazioni grazie anche ad un modulo GPS integrato. A questo punto il sistema proporr\u00e0 l&#8217;allineamento della montatura su tre stelle a scelta tra quelle visibili in quel momento per l&#8217;osservatore: compito dell&#8217;astrofilo, ridotto a semplice operatore, sar\u00e0 quello di perfezionare il puntamento proposto dal sistema computer + montatura puntando con precisione la stella inquadrata dal sistema. E&#8217; tutto, la montatura \u00e8 ora \u201cstazionata\u201d e pronta a pilotare il telescopio tra i vari oggetti celesti al di sopra dell&#8217;orizzonte per l&#8217;osservatore e ad inseguire gli oggetti stessi compensando la rotazione terrestre.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-634\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/meade_altazimutale-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"467\" height=\"350\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/meade_altazimutale-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/meade_altazimutale.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 467px) 100vw, 467px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Telescopio Schmidt-Cassegrain con montatura altazimutale avanzata; in questo caso \u00e8 uno strumento della Meade ma assolutamente equivalente a quelli di altre ditte concorrenti come per esempio la Celestron. La montatura \u00e8 motorizzata su entrambi gli assi e pilotata da computer. Immagine tratta dal catalogo online dei prodotti Meade.<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ho cercato, ovviamente, di semplificare un poco, tuttavia il procedimento descritto \u00e8 in linea con quanto dichiarato dai fabbricanti: negli strumenti <i>entry-level<\/i>, per principianti assoluti, i telescopi sono abbastanza piccoli, maneggevoli e facilmente trasportabili, se computerizzati i database di oggetti celesti forniti in dotazione contengono un numero relativamente piccolo di astri, quelli un poco pi\u00f9 evoluti possono arrivare anche a 40.000 oggetti celesti che possono essere rintracciati automaticamente. Ovviamente vale sempre la regola che tra la teoria e la pratica corre una certa differenza ed anche tra le ottimistiche dichiarazioni dei fabbricanti e la realt\u00e0 che l&#8217;astrofilo si trova ad affrontare sul campo; la montatura, anche se computerizzata, \u00e8 pur sempre una struttura meccanica con i suoi difetti congeniti di costruzione ed approssimazioni dovute a compromessi tra problemi d&#8217;ingegneria e necessit\u00e0 di mantenere i costi di produzione pi\u00f9 bassi possibile: i movimenti del telescopio possono essere limitati in verticale (movimenti zenitali) dall&#8217;impossibilit\u00e0 o estrema difficolt\u00e0 nell&#8217;inquadrare proprio lo zenit a causa delle ridotte dimensioni della montatura che fanno s\u00ec che il telescopio vada a sbattere contro il treppiede; inoltre anche se viene completata con successo la procedura di allineamento sar\u00e0 molto difficile che gli oggetti celesti cercati vengano posizionati nel campo visivo del telescopio al primo colpo, sar\u00e0 sempre necessario procedere per tentativi ed approssimazioni e una certa conoscenza del cielo \u00e8 comunque sempre necessaria. Il sistema d&#8217;inseguimento sulle montature altazimutali \u00e8 tutt&#8217;altro che perfetto e risente pesantemente del fatto che sono necessarie continue correzioni in entrambi gli assi per mantenere l&#8217;oggetto inseguito all&#8217;interno del campo visivo dell&#8217;oculare. Infine, ma non per ultimo in importanza, con una montatura altazimutale anche se computerizzata \u00e8 molto pi\u00f9 difficile fare fotografia astronomica se non quella planetaria e lunare; le lunghe esposizioni, necessarie per immortalare gli oggetti pi\u00f9 deboli, sono praticamente impossibili per via dell&#8217;effetto chiamato <i>rotazione di campo<\/i>. Una montatura altazimutale ha il proprio asse verticale puntato verso lo zenit e non verso il polo celeste come nelle montature equatoriali che vedremo in seguito; questo significa che anche se i motori di entrambi gli assi possono compensare il movimento apparente della volta celeste, questo sar\u00e0 sempre tangente al movimento naturale dell&#8217;astro che \u201cruota\u201d, per cos\u00ec dire, intorno al polo celeste: nelle pose a lunga esposizione questo si traduce nel vedere le stelle ai bordi del campo inquadrato che ruotano lentamente intorno all&#8217;oggetto che viene inseguito, l&#8217;effetto \u00e8 chiamato appunto \u201crotazione di campo\u201d. In telescopi di una certa dimensione viene utilizzato un piccolo apparecchio che viene posizionato immediatamente prima della camera fotografica: si chiama \u201cderotatore di campo\u201d e provvede a ruotare lentamente l&#8217;apparecchio di ripresa per compensare l&#8217;effetto di rotazione di campo; ovviamente anche questo deve essere connesso al computer che governa il telescopio. L&#8217;alternativa economica \u00e8 quella di esporre per tempi limitati in modo che l&#8217;effetto non sia evidente. Va da s\u00e9 che se la nostra montatura altazimutale non \u00e8 computerizzata non potremmo parlare di un qualsiasi \u201cstazionamento\u201d, dovremmo non solo rintracciare da soli gli oggetti celesti ma, cosa ben pi\u00f9 faticosa, inseguire manualmente gli oggetti inquadrati operando continue correzioni su entrambi gli assi della montatura; pu\u00f2 sembrare una cosa banale ma posso assicurare che, specie se si opera ad alto ingrandimento, la cosa pu\u00f2 risultare alla lunga faticosa e snervante. Rintracciare gli oggetti celesti non \u00e8, invece, una cosa cos\u00ec difficile come si pu\u00f2 pensare: basta infatti una buona carta celeste e una certa dose di pazienza e costanza: con il tempo ci si costruir\u00e0 una solida esperienza e si memorizzeranno le posizioni in cielo degli oggetti pi\u00f9 interessanti. La tecnica migliore \u00e8 quella dello <i>star hopping<\/i> come viene definito in inglese: in pratica si identifica ad occhio nudo una stella abbastanza luminosa che non sia troppo lontana dall&#8217;oggetto che stiamo cercando, si punta con il telescopio e poi si procede regolandosi con la carta stellare opportunamente orientata verso un&#8217;altra stella abbastanza luminosa ed ancora pi\u00f9 vicina all&#8217;oggetto; attraverso step successivi si riesce piano piano non solo a valutare le distanze angolari tra le stelle attraverso l&#8217;oculare del telescopio, in confronto con quello che vediamo sulla carta, ma anche a trovare abbastanza rapidamente gli oggetti che ci interessano. Certo all&#8217;inizio ci si trover\u00e0 un po&#8217; spaesati ma con un minimo di applicazione ed attenzione si potr\u00e0 facilmente superare la difficolt\u00e0. Paradossalmente per un neofita \u00e8 forse pi\u00f9 facile fare star hopping con una montatura altazimutale piuttosto che con una equatoriale, questo per via dei movimenti che impostiamo sulla montatura del telescopio che ci verranno pi\u00f9 naturali perch\u00e8 basati sui movimenti spaziali laterali e verticali che siamo abituati a compiere. In ogni caso lo star hopping \u00e8 una pratica universale, che si pu\u00f2 usare sia con le montature altazimutali sia con quelle equatoriali. Esiste un tipo di telescopio che, pur adottando una soluzione altazimutale, non si inquadra esattamente nello schema che ho finora esposto, si tratta del <i>telescopio dobsoniano<\/i> o <i>Dobson<\/i> dal nome del suo ideatore, l&#8217;astrofilo americano <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/John_Dobson\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">John Dobson<\/a>. Un telescopio dobsoniano \u00e8 la versione estremamente semplificata di un telescopio in montatura altazimutale: abbiamo un tubo ottico in configurazione newtoniana che poggia, grazie a due perni laterali al tubo, su due supporti in materiale plastico o in legno i quali a loro volta si riuniscono a formare un basamento collegato ad una piattaforma tramite cuscinetti a sfera; i movimenti verticali sono assicurati dai perni, quelli orizzontali dal basamento che ruota sulla piattaforma. E&#8217; un sistema molto semplice, economico e facilmente trasportabile; non abbiamo treppiede e quindi le dimensioni possono essere molto contenute. Grazie a tutte queste caratteristiche \u00e8 possibile costruire telescopi molto grandi con una spesa minima e non sono infrequenti obiettivi del diametro anche di 400 millimetri, anche se i Dobson pi\u00f9 gettonati dagli astrofili sono quelli da 200 e 250 millimetri di diametro. Non si pu\u00f2 fare fotografia astronomica con un Dobson per\u00f2 dal punto di vista dell&#8217;osservazione visuale sono degli ottimi strumenti; vengono commercializzati anche alcuni modelli motorizzati e dotati di computer.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-629\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/dobson_skywatcher-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"486\" height=\"324\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/dobson_skywatcher-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/dobson_skywatcher-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/dobson_skywatcher.jpg 900w\" sizes=\"auto, (max-width: 486px) 100vw, 486px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Telescopio dobsoniano commerciale prodotto dalla SkyWatcher, altre aziende hanno le loro versioni equivalenti. In questo caso abbiamo un modello semplice ed economico, completamente manuale; esistono per\u00f2 anche delle versioni dotate di motori su entrambi gli assi e collegabili ad un computer.<\/em><\/span><\/p>\n<h4 style=\"text-align: left;\" align=\"CENTER\"><b>Le Montature Equatoriali<\/b><\/h4>\n<p align=\"JUSTIFY\">A fronte dell&#8217;immediatezza ed intuitivit\u00e0 di utilizzo delle montature altazimutali, le montature equatoriali richiedono un tempo maggiore per essere comprese ed utilizzate in modo corretto, tuttavia le prestazioni che possono fornire sono di molto superiori. La loro principale caratteristica \u00e8 che una volta \u201cstazionate\u201d in maniera sufficientemente precisa, inquadrando un oggetto celeste questo pu\u00f2 essere \u201cinseguito\u201d nel suo movimento apparente sulla volta celeste con un singolo movimento della montatura. L&#8217;asse verticale della montatura equatoriale non \u00e8, infatti, puntato verso lo zenit dell&#8217;osservatore ma verso il polo celeste, il polo celeste nord per gli osservatori dell&#8217;emisfero boreale, cio\u00e8 in direzione a circa un grado di distanza dalla Stella Polare, intorno al quale tutti gli oggetti celesti sembrano ruotare durante la notte; per uno strumento trasportabile questo significa che quando si giunge presso il luogo di osservazione, dopo aver montato telescopio e montatura, \u00e8 necessario orientare l&#8217;asse verticale, chiamato <i>asse polare<\/i>, in direzione del polo celeste: per questo le montature pi\u00f9 evolute possiedono un piccolo cannocchiale incorporato nella loro struttura, chiamato <i>cannocchiale polare<\/i>, che permette un allineamento abbastanza preciso.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-640\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/polarscope-300x141.jpg\" alt=\"\" width=\"583\" height=\"274\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/polarscope-300x141.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/polarscope.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 583px) 100vw, 583px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Il cannocchiale polare all&#8217;interno della montatura. Immagine tratta dal Blog themcdonalds.<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Dopo questa operazione ed alcune piccole altre che diventeranno abitudini quasi automatiche con il tempo e l&#8217;esperienza acquisita, il telescopio sar\u00e0 pronto per essere puntato su qualunque oggetto celeste e, se dotato di motori, potr\u00e0 inseguire anche per diversi minuti qualsiasi astro senza che siano necessarie correzioni significative. In teoria basterebbe un solo motore sull&#8217;asse \u201corizzontale\u201d in quanto l&#8217;inclinazione della montatura \u00e8 tale che \u00e8 sufficiente un solo movimento per inseguire gli astri: l&#8217;asse che nelle montature altazimutali definivamo orizzontale \u00e8 ora inclinato rispetto all&#8217;orizzonte di un certo angolo, che \u00e8 pari alla distanza del polo celeste dallo zenit. Non possiamo quindi pi\u00f9 definire quell&#8217;asse come orizzontale e meno che mai azimutale, bens\u00ec lo chiameremo <i>asse di ascensione retta<\/i> mentre quello che prima definivamo come \u201cverticale\u201d ovvero puntato allo zenit sar\u00e0 ora <i>l&#8217;asse di declinazione<\/i> e sar\u00e0 puntato vero il polo celeste. L&#8217;ascensione retta \u00e8 la prima delle due coordinate che vengono utilizzate per rintracciare un qualunque oggetto in cielo: \u00e8 analoga alla longitudine ma proiettata sulla sfera celeste anzich\u00e9 sul globo terrestre e si misura in ore minuti e secondi in modo che 24 ore corrispondono a 360 gradi, quindi ogni ora di ascensione retta equivale a 15 gradi. Il punto di partenza per la misurazione dell&#8217;ascensione retta \u00e8 il <i>primo punto d&#8217;Ariete<\/i> cio\u00e8 uno dei due punti sulla sfera celeste dove <i>l&#8217;eclittica<\/i> incrocia l&#8217;equatore celeste che \u00e8, a sua volta, la proiezione dell&#8217;equatore terrestre nel cielo: questi due punti corrispondono alla posizione del Sole durante gli equinozi, in particolare il primo punto d&#8217;Ariete il giorno 21 marzo. L&#8217;altra coordinata \u00e8 la declinazione, misurata in gradi a partire dall&#8217;equatore celeste fino al polo celeste: declinazione positiva dall&#8217;equatore al polo celeste nord e negativa dall&#8217;equatore al polo celeste sud.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-643\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/coordinate_equatoriali-300x192.jpg\" alt=\"\" width=\"652\" height=\"417\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/coordinate_equatoriali-300x192.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/coordinate_equatoriali.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Il sistema di coordinate equatoriali<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">In maniera analoga alle montature altazimutali computerizzate, quelle equatoriali dotate di computer, una volta allineate al polo celeste, possono puntare un qualsiasi oggetto e mantenerlo all&#8217;interno del campo visivo del telescopio grazie al motore abbinato al movimento in ascensione retta che provvede a fornire quella che \u00e8 chiamata <i>velocit\u00e0 siderale<\/i>, ovvero una velocit\u00e0 di spostamento tale che segua la rotazione terrestre di 360 gradi in 23 ore 56 minuti circa. Uno dei vantaggi della montatura equatoriale \u00e8 che non si presenta il fenomeno della rotazione di campo, a patto che l&#8217;allineamento al polo sia stato fatto in maniera abbastanza precisa, potendo quindi permettere l&#8217;esecuzione di foto a lunga posa. Esistono diverse configurazioni possibili per una montatura equatoriale, qui ne vedremo le due pi\u00f9 diffuse tra gli astrofili: quella \u201ctedesca\u201d e quella a forcella. Nella montatura equatoriale alla tedesca il telescopio \u00e8 posizionato da una parte, che pu\u00f2 essere a sinistra (est) oppure a destra (ovest) come visto da un osservatore che rivolga le spalle al nord e guardi verso sud. Dalla parte opposta al telescopio \u00e8 posizionata un&#8217;asta con dei contrappesi: al centro si trova <i>l&#8217;asse polare<\/i> della montatura che punta al polo celeste e, al cui interno, trova posto il cannocchiale polare; all&#8217;interno dell&#8217;asse polare si trova anche l&#8217;eventuale parte elettronica che si andr\u00e0 poi ad interfacciare con il computer. Ancora pi\u00f9 sotto troviamo il meccanismo che permette l&#8217;inclinazione della montatura, regolabile secondo la latitudine del luogo d&#8217;osservazione; il tutto viene sorretto da un treppiede o da una colonna, a seconda dei modelli e del produttore. Si tratta della montatura forse pi\u00f9 diffusa tra gli astrofili, facilmente smontabile in pi\u00f9 componenti e quindi comodamente trasportabile; il telescopio pu\u00f2 puntare agevolmente verso qualunque direzione nel cielo, compreso lo zenit ed il polo celeste; per contro soffre di un difetto congenito che per\u00f2 diventa rilevante solo nelle versioni computerizzate: il problema \u00e8 la <i>reversibilit\u00e0 degli assi al meridiano<\/i>. Quando si insegue un oggetto celeste nel suo movimento apparente da est verso ovest, arriva un certo momento in cui l&#8217;oggetto si trover\u00e0 alla massima altezza possibile sull&#8217;orizzonte locale dell&#8217;osservatore; in quel momento si dice che <i>passa al meridiano<\/i>, ovvero transita per quella linea immaginaria che dal polo celeste va all&#8217;equatore celeste passando proprio per la posizione dell&#8217;oggetto nel momento stesso in cui si trova alla massima altezza sull&#8217;orizzonte. Questa posizione \u00e8 critica per un telescopio in montatura equatoriale alla tedesca, perch\u00e8 se stava puntando l&#8217;oggetto ad est il tubo del telescopio era posizionato sulla destra e l&#8217;asta con in contrappesi sulla sinistra: una volta passato al meridiano il tubo del telescopio si trover\u00e0 sempre pi\u00f9 in basso, potendo addirittura andare a sbattere contro il treppiede. Sarebbe quindi necessario invertire la posizione del tubo e dei contrappesi ma questo significa procedere al riposizionamento completo dello strumento, cosa molto complicata per un telescopio comandato da un computer.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-636\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/celestron_equatoriale-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"593\" height=\"445\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/celestron_equatoriale-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/celestron_equatoriale.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 593px) 100vw, 593px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Una tipica montatura equatoriale alla tedesca, proposta in questo caso dalla ditta americana Celestron che fornisce anche il tubo ottico in configurazione Schmidt-Cassegrain; la montatura \u00e8 abbastanza affidabile in termini di robustezza e precisione. Immagine tratta dal catalogo online della Celestron.<br \/>\n<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La montatura a forcella \u00e8, invece, una variante della montatura altazimutale: utilizzata in modo particolare per i telescopi in configurazione Schmidt-Cassegrain, in pratica sotto la forcella in metallo che sorregge il telescopio viene inserita una piastra equatoriale inclinabile secondo la latitudine del luogo d&#8217;osservazione; il sistema forcella + telescopio sar\u00e0 ora inclinato in maniera tale che l&#8217;asse centrale della forcella potr\u00e0 puntare in direzione del polo celeste.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-637\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/piastra_equatoriale-300x210.jpg\" alt=\"\" width=\"493\" height=\"345\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/piastra_equatoriale-300x210.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/piastra_equatoriale.jpg 500w\" sizes=\"auto, (max-width: 493px) 100vw, 493px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Piastra o testa equatoriale per trasformare una montatura altazimutale a forcella in una equatoriale: l&#8217;inclinazione viene regolata a seconda della latitudine del luogo osservativo, ovvero in funzione dell&#8217;altezza del polo nord celeste sull&#8217;orizzonte nord dell&#8217;osservatore. Immagine tratta dalcatalogo online della Celestron.<br \/>\n<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Questa soluzione presenta il vantaggio di non soffrire del problema della reversibilit\u00e0 degli assi al meridiano per\u00f2 \u00e8 valida se il telescopio \u00e8 piuttosto compatto, quindi corto proprio come gli Schmidt-Cassegrain: un tubo lungo infatti renderebbe impossibile puntare le zone intorno al polo celeste, rendendo anche molto problematico l&#8217;allineamento in quanto non si pu\u00f2 utilizzare un cannocchiale polare incorporato nell&#8217;asse polare come nelle montature alla tedesca; inoltre un tubo lungo accentuerebbe lo squilibrio insito nel sistema, visto lo sbilanciamento gi\u00e0 presente per via dell&#8217;inclinazione della forcella che porta l&#8217;intera struttura fuori asse rispetto al centro di massa. Nelle montature alla tedesca lo sbilanciamento derivato dalla posizione del tubo ottico viene compensato dai contrappesi, in quella a forcella non abbiamo soluzioni simili.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-638\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/forcella_equatoriale-277x300.jpg\" alt=\"\" width=\"467\" height=\"506\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/forcella_equatoriale-277x300.jpg 277w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/forcella_equatoriale-768x833.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/forcella_equatoriale.jpg 792w\" sizes=\"auto, (max-width: 467px) 100vw, 467px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>La piastra equatoriale inserita nella montatura, lo strumento \u00e8 diventato equatoriale. Immagine tratta dal sito lightfrominfinity di Fulvio Mete.<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il corretto bilanciamento dell&#8217;intera struttura telescopio + montatura \u00e8 piuttosto importante, in quanto permette di avere movimenti pi\u00f9 fluidi sugli assi di ascensione retta e declinazione, garantendo anche una aspettativa di vita maggiore per tutta la meccanica di precisione all&#8217;interno della montatura; in caso di struttura motorizzata, salvaguarda anche i motori da inutili sforzi e consente una maggiore precisione di puntamento e di inseguimento. <a name=\"firstHeading2\"><\/a> Come si \u00e8 detto l&#8217;allineamento al polo celeste per le montature equatoriali avviene grazie all&#8217;ausilio del cannocchiale polare che fornisce dei riferimenti abbastanza precisi; il cannocchiale pu\u00f2 essere inserito all&#8217;interno dell&#8217;asse polare, come nelle montature alla tedesca, oppure in parallelo al tubo ottico se a forcella, ricordando che il tubo deve essere abbastanza corto. Nel caso non sia disponibile un cannocchiale polare oppure il polo celeste non sia visibile, si ricorre al <i>metodo di Bigourdan<\/i> inventato dall&#8217;astronomo francese <span lang=\"it-IT\">Guillaume Bigourdan nel 1893: viene anche chiamato \u201cmetodo della deriva\u201d e consente, tramite approssimazioni successive, di ottenere un allineamento di grande precisione, tanto da essere usato anche per grandi telescopi; dato che risulta essere una procedura un poco lunga, per i normali scopi degli astrofili \u00e8 sufficiente un grado di precisione basso. La prima operazione da eseguire \u00e8 quella di allineare l&#8217;asse polare del telescopio, in maniera assolutamente grossolana, verso il nord geografico, ci si pu\u00f2 aiutare con una bussola; poi fare in modo che la montatura sia allineata orizzontalmente usando una livella a bolla. A questo punto occorre inquadrare con il telescopio una stella che sia a meno di 30\u00b0 dal meridiano ed entro i 5\u00b0 dall&#8217;equatore celeste, azionando il motore in ascensione retta del telescopio verificare il verso dello spostamento della stella dopo qualche minuto: se la stella si muove verso sud significa che l&#8217;asse polare punta troppo ad est ed \u00e8 quindi necessario ruotare l&#8217;asse polare in direzione ovest, viceversa se si muove verso nord; si deve continuare con questa procedura finch\u00e9 non si annulla il movimento della stella in declinazione o che quantomeno non diminuisca in maniera sensibile. Si passa quindi al puntamento di un&#8217;altra stella che si trovi a circa 20\u00b0 o 30\u00b0 al di sopra dell&#8217;orizzonte est ed avente una declinazione di circa 45\u00b0 (distanza angolare dall&#8217;equatore celeste), ancora una volta, \u00e8 necessario seguire il suo movimento attraverso l&#8217;oculare del telescopio con il motore di ascensione retta in funzione su \u201cvelocit\u00e0 siderale\u201d. Se dopo qualche minuto la stella appare scivolare in declinazione verso sud vuol dire che l&#8217;asse polare punta troppo in basso rispetto al polo celeste e che quindi deve essere spostato verso l&#8217;alto, viceversa se si sposta verso declinazioni nord. Nel caso che l&#8217;orizzonte est non sia visibile si pu\u00f2 operare in modo analogo con una stella al di sopra dell&#8217;orizzonte ovest, avendo cura di invertire tutte le indicazioni di alto in basso e viceversa. Si possono ripetere tutte le procedure elencate fino ad ottenere il grado di precisione desiderato, possiamo per\u00f2 affermare che quando entrambe le stelle scelte per le nostre regolazioni rimangono all&#8217;interno del campo visivo senza significative derive in declinazione per almeno tre minuti, abbiamo gi\u00e0 raggiunto una discreta precisione nell&#8217;allineamento al polo celeste. <\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-631\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/bigourdan_ferreri-300x111.jpg\" alt=\"\" width=\"608\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/bigourdan_ferreri-300x111.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/bigourdan_ferreri-1024x378.jpg 1024w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/bigourdan_ferreri-768x284.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/bigourdan_ferreri.jpg 1059w\" sizes=\"auto, (max-width: 608px) 100vw, 608px\" \/><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>Il metodo Bigourdan visualizzato graficamente: nei primi due schemi viene rappresentato il caso della regolazione dell&#8217;azimut della montatura (direzione est-ovest), nei secondi due la regolazione dell&#8217;altezza puntando una stella in direzione est. Immagine tratta dal libro &#8220;Come osservare il cielo con il mio primo telescopio&#8221; di Walter Ferreri, editore Il Castello terza edizione 1997.<\/em><\/span><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><span lang=\"it-IT\">Diverso \u00e8 il discorso per le derive in ascensione retta: esaminando la posizione di una stella nell&#8217;oculare di un telescopio su una montatura motorizzata ci si accorger\u00e0 ben presto che questa mostra degli spostamenti anche in ascensione retta, spostamenti che assumono carattere di periodicit\u00e0. Il fenomeno \u00e8 dovuto principalmente alla vite senza fine che va ad ingranare su una ruota dentata e che garantisce la trasmissione del movimento dal motore, o dalla manopola nel caso di inseguimento manuale, alla montatura: difetti intrinsechi della vite senza fine creano queste irregolarit\u00e0 nell&#8217;inseguimento e hanno un periodo dipendente dal periodo di rotazione della vite senza fine stessa. Le montature computerizzate pi\u00f9 evolute hanno dei programmi interni che possono aiutare a calcolare questi periodismi, cercando di minimizzarli.<\/span><\/p>\n<h4 lang=\"it-IT\" style=\"text-align: left;\"><b>Il Telescopio Guida<\/b><\/h4>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\">Per quanto possa essere preciso l&#8217;allineamento alla stella polare, nonostante la massima precisione possibile con cui viene costruita la meccanica interna della montatura e malgrado tutti i software di correzione errori periodici, nessuna montatura sar\u00e0 mai cos\u00ec precisa ed affidabile da poter inseguire un oggetto celeste per diversi minuti senza alcun errore: inevitabilmente la stella inquadrata al centro del campo visivo del telescopio scivoler\u00e0 lentamente in una deriva inesorabile. Questo \u00e8 ovviamente un fatto molto negativo per chi vuole cimentarsi nell&#8217;astrofotografia a lunga esposizione; esiste per\u00f2 una soluzione molto pratica ed anche abbastanza ovvia: utilizzare un altro telescopio, montato in parallelo a quello con cui si fotografa, per tenere puntata una stella di riferimento inseguendola per tutta la durata dell&#8217;esposizione.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-645\" src=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/telescopio_1-300x296.jpg\" alt=\"\" width=\"552\" height=\"545\" srcset=\"https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/telescopio_1-300x296.jpg 300w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/telescopio_1-768x758.jpg 768w, https:\/\/www.maxdio.it\/astroblog\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/telescopio_1.jpg 898w\" sizes=\"auto, (max-width: 552px) 100vw, 552px\" \/><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><span style=\"font-size: small;\"><em>La combinazione telescopio principale + telescopio guida. Foto di Massimo Dionisi.<\/em><\/span><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\">Questa soluzione non implica che si pu\u00f2 evitare di fare un buon allineamento al polo celeste, che la meccanica interna non sia di buona fattura o che il telescopio non sia correttamente bilanciato: quelle sono alcune delle condizioni base per assicurare una minima probabilit\u00e0 di successo delle proprie foto; l&#8217;inseguimento di una stella di riferimento con un telescopio di guida \u00e8 per\u00f2 un&#8217;operazione assolutamente necessaria. Possiamo dire che nessuna foto a lunga esposizione sia possibile senza l&#8217;ausilio di un telescopio guida, indipendentemente dalla cura che possiamo mettere nell&#8217;allineamento della montatura al polo celeste. Stabilita quindi l&#8217;indispensabilit\u00e0 di un telescopio guida, quale tipo e che dimensioni e caratteristiche deve avere rispetto al telescopio principale, quello con cui eseguiremo le foto? In realt\u00e0 normalmente \u00e8 sufficiente uno strumento molto pi\u00f9 piccolo rispetto al telescopio principale e normalmente la scelta ricade sui rifrattori acromatici in quanto abbastanza economici e dotati di una lunga focale che permetter\u00e0 di ottenere un ingrandimento abbastanza alto: in sostanza un piccolo o medio telescopio che ci restituisca le immagini delle stelle pi\u00f9 puntiformi possibile anche a forti ingrandimenti e che abbia un buon contrasto: il rifrattore \u00e8 senz&#8217;altro lo strumento con le caratteristiche che pi\u00f9 si avvicinano a tali richieste; uno svantaggio dei rifrattori potrebbe essere costituito dalla lunghezza del tubo che, se abbinato a strumenti principali corti come gli Schmidt-Cassegrain ad esempio, potrebbero sbilanciare l&#8217;intera struttura. Infatti nei nostri calcoli non dovremmo pi\u00f9 considerare semplicemente il sistema telescopio + montatura ma dovremmo aggiungere anche il telescopio guida. Potrebbe anche essere possibile utilizzare il tubo ottico di un piccolo Maksutov-Cassegrain, tuttavia altre considerazioni propendono un poco a svantaggio di una simile soluzione: fortunatamente le prestazioni richieste da un telescopio guida non sono tali da dover utilizzare grossi strumenti, una regola molto empirica dice che per guidare correttamente sarebbe sufficiente un numero di ingrandimenti sulla guida pari al diametro del telescopio con cui si fotografa in millimetri. Per cui se si utilizza uno strumento da 200 millimetri di diametro basterebbero 200X: un piccolo rifrattore di buona qualit\u00e0 di 60 millimetri di diametro e 700 millimetri di lunghezza focale (f\/12) abbinato ad un buon oculare da 7 millimetri di focale e una lente di Barlow 2X permette di raggiungere l&#8217;ingrandimento richiesto e l&#8217;ingombro della guida non \u00e8 cos\u00ec invasivo. In realt\u00e0 poi potrebbe essere sufficiente anche un ingrandimento minore, specie se la guida non viene eseguita manualmente ma grazie ad una telecamera CMOS ed un apposito software, il tutto con un collegamento diretto tra la telecamera e la montatura computerizzata attraverso la connessione di un cavo ST4; le camere CMOS per uso planetario sono quelle pi\u00f9 adatte: devono avere i pixel pi\u00f9 piccoli possibile per ottenere una buona scala d&#8217;immagine anche con focali non eccessive, non sono sicuramente i pi\u00f9 sensibili sono per\u00f2 le pi\u00f9 \u201cveloci\u201d nell&#8217;elaborazione e trasferimento dei dati al computer, non hanno un sistema di raffreddamento ma non \u00e8 assolutamente richiesto. In alcuni strumenti avanzati il telescopio guida \u00e8 inglobato nella struttura della montatura e permette il pilotaggio automatico del telescopio; \u00e8 per\u00f2 abbastanza semplice reperire degli anelli per il montaggio in parallelo del telescopio guida e, da quanto finora detto, \u00e8 sufficiente anche un tubo ottico del diametro da 50 ad un massimo di 80 millimetri con rapporti d&#8217;apertura da f\/12 a f\/10 per soddisfare i requisiti minimi della guida: con camera CCD e pilotata dal computer \u00e8 sicuramente preferibile, tuttavia si pu\u00f2 affrontare con relativa facilit\u00e0 anche la guida manuale con l&#8217;ausilio di un oculare con reticolo illuminato ed una pulsantiera per le correzioni fini sui movimenti della montatura. L&#8217;oculare con reticolo illuminato \u00e8 praticamente indispensabile per la guida manuale: si tratta di un oculare modificato con l&#8217;inserimento al suo interno di reticolo o crocicchio che pu\u00f2 essere illuminato grazie ad un piccolo led rosso alimentato da una batteria. Una volta puntato il telescopio principale sull&#8217;oggetto che si vuole fotografare, si allinea il telescopio guida sulla stessa zona di cielo e si individua una stella sufficientemente luminosa attraverso l&#8217;oculare con reticolo; si accende il led e si sceglie una luminosit\u00e0 per il reticolo in cui sia visibile chiaramente anche la stella, si posiziona la stella stessa al centro del reticolo illuminato e si inizia l&#8217;esposizione della foto al telescopio principale, grazie ai comandi della pulsantiera del controllo motori del telescopio si mantiene la stella di guida al centro del crocicchio illuminato. L&#8217;allineamento al polo celeste deve essere abbastanza accurato affinch\u00e9 siano necessarie quante meno possibili correzioni: maggiore \u00e8 il numero delle correzioni da apportare per mantenere la stella di guida al centro del crocicchio e maggiori sono le probabilit\u00e0 di errore e, quindi, di rovinare irrimediabilmente la foto. Quello che serve \u00e8 un poco di attenzione, precisione, applicazione ed una buona dose di pazienza; i primi tentativi saranno forse goffi ed imprecisi e non si riuscir\u00e0 a mantenere la stella di guida all&#8217;interno del crocicchio illuminato dell&#8217;oculare ma ritentando con la pratica ci si potr\u00e0 costruire una solida esperienza e si potranno ottenere guide molto precise.<\/p>\n<h4 lang=\"it-IT\" style=\"text-align: left;\"><b>Conclusioni<\/b><\/h4>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\">Al termine di questa lunga trattazione cerchiamo tirare le somme e di fare una sintesi riepilogativa: l&#8217;intenzione iniziale era quella di fornire a chi si avvicina per la prima volta al mondo dell&#8217;astronomia amatoriale delle indicazioni di base e dei riferimenti utili per la scelta del primo strumento d&#8217;osservazione; per fare questo \u00e8 per\u00f2 necessario, a mio avviso, fornire al neofita alcuni strumenti che possano contribuire a creare un iniziale bagaglio di nozioni per meglio comprendere il mondo su cui si sta affacciando. Probabilmente sarebbe stato molto pi\u00f9 semplice proporre una serie di telescopi standard, pensati e progettati dalle aziende specializzate specificatamente per chi acquista il suo primo telescopio; tuttavia un tale approccio non solo non avrebbe fatto comprendere al lettore il perch\u00e8 di certe scelte ma avrebbe anche indirizzato un futuro cliente verso una od un&#8217;altra marca e non \u00e8 questa la sede per fare pubblicit\u00e0 ad aziende specifiche. C&#8217;\u00e8 anche da considerare che spesso alcune ditte costruttrici o distributrici possano proporre come entry-level strumenti assolutamente inadeguati a tale compito, dotati di montature troppo traballanti oppure ottiche veramente pessime che pi\u00f9 che aiutare l&#8217;apprendista astrofilo a progredire nelle conoscenze di base e coltivare la propria nascente passione, spesso lo portano a scoraggiarsi e giudicare l&#8217;attivit\u00e0 di osservazione astronomica troppo complicata facendo nascere un senso di frustrazione che porter\u00e0 inevitabilmente ad affievolire l&#8217;interesse ed abbandonare l&#8217;attivit\u00e0. In alcuni casi questo atteggiamento di alcune delle aziende pu\u00f2 essere compreso nell&#8217;ottica della spietata concorrenza commerciale che le spinge ad offrire prodotti a prezzi sempre pi\u00f9 competitivi, sacrificando nel contempo quel minimo di qualit\u00e0 da considerarsi indispensabile: motivazione forse comprensibile ma certamente non giustificabile. E&#8217; anche altres\u00ec vero che altre aziende, normalmente le pi\u00f9 blasonate, forniscono consigli sull&#8217;acquisto del primo telescopio anche se, inevitabilmente, questi suggerimenti sono per lo pi\u00f9 indirizzati alla scelta di un proprio strumento, che sia prodotto o distribuito, seppur di qualit\u00e0 certificabile. Ecco quindi la necessit\u00e0, dal mio punto di vista, di affrontare innanzi tutto la parte teorica, rendendo disponibili quella serie di nozioni di cui parlavo all&#8217;inizio di questo paragrafo e cercando di creare quei strumenti cognitivi che si riveleranno poi utili nella scelta di tutta la propria strumentazione, non solo per l&#8217;acquisto del primo telescopio. Ad ispirare questo lavoro \u00e8 stato il libro storico di Paolo Andrenelli <i>l&#8217;Astronomo Dilettante <\/i>la cui prima edizione risale al maggio 1968: in quel testo, fondamentale per diverse generazioni di astrofili, si affrontava il problema della costruzione di un telescopio amatoriale e di altri strumenti accessori all&#8217;osservazione visuale e fotografica del cielo; i tempi sono sicuramente cambiati ma i principi su cui poggiava quel libro sono ancora assolutamente validi: fornire un&#8217;istruzione di base a tutti coloro che volevano intraprendere la strada dell&#8217;osservazione astronomica, corredando il tutto con formule ed esempi propedeutici. Seguendo quei principi ho cercato quindi di illustrare i vari aspetti delle problematiche legate alla scelta di un telescopio: \u00e8 indubbio per\u00f2 che si tratta di una trattazione parziale che meriterebbe ulteriori approfondimenti che dovrebbero seguire passo per passo il progredire delle conoscenze e dell&#8217;esperienza sul campo dell&#8217;osservatore stesso. In questo senso spero che l&#8217;esposizione che ho tentato di proporre possa almeno assolvere al suo compito primario ed originale, cercando di aiutare il maggior numero di persone possibile a muovere i primi passi nell&#8217;affascinate mondo dell&#8217;osservazione del cielo. Non dar\u00f2 quindi consigli specifici su quale tipo di telescopio debba essere scelto come primo strumento, in quanto confido nelle capacit\u00e0 di scelta del lettore una volta che queste siano state affinate dalla conoscenza di alcune regole basilari nel campo dell&#8217;osservazione astronomica, con formule e consigli pratici, ovvero quanto ho cercato di illustrare in queste pagine. E&#8217; indubbio per\u00f2 che una scelta fondamentale verr\u00e0 fatta quando si sceglier\u00e0 il tipo di configurazione ottica che dovr\u00e0 avere il proprio telescopio: nel paragrafo dedicato ai tipi di telescopi ho accennato ad alcune delle tipologie pi\u00f9 diffuse tra gli astrofili; la scelta di un modello rispetto ad un altro condizioner\u00e0 il tipo di osservazioni che si potranno eseguire ed in quale campo della fotografia astronomica si potr\u00e0 lavorare pi\u00f9 proficuamente. Un rifrattore sar\u00e0 sicuramente pi\u00f9 indicato per le osservazioni planetarie e lunari, precludendo l&#8217;intero universo delle osservazioni visuali e fotografiche degli oggetti deep sky; per\u00f2 il confine non \u00e8 sempre cos\u00ec netto: un rifrattore apocromatico di qualit\u00e0 a corto fuoco sar\u00e0 invece sicuramente pi\u00f9 adatto alla fotografia di oggetti deboli. Con uno Schmidt-Cassegrain da 200 millimetri di diametro aperto a f\/10 i campi di applicazione saranno molteplici anche se un poco condizionati dal fatto di avere uno strumento poco luminoso; un Newton potrebbe essere invece un buon compromesso che permetter\u00e0 di spaziare dall&#8217;osservazione planetaria alla fotografia di nebulose. Alla fine dei conti qualunque considerazione possa essere fatta in questa sede sar\u00e0 sempre subordinata dalla disponibilit\u00e0 finanziaria del neo astrofilo, del budget a sua disposizione per l&#8217;acquisto della strumentazione: \u00e8 proprio sotto questo aspetto che l&#8217;unico vero consiglio che mi sento di dare \u00e8 quello di investire il massimo possibile sulla montatura, al fine di ottenere un apparecchio robusto, preciso ed affidabile e di orientarsi all&#8217;acquisto di un piccolo telescopio, magari anche sottodimensionato, con cui iniziare a muovere i primi passi; il tubo ottico potr\u00e0 essere sostituito in un secondo tempo da uno pi\u00f9 grande e potente ma una buona montatura equatoriale motorizzata e collegabile al computer sar\u00e0 un bene che accompagner\u00e0 l&#8217;appassionato di astronomia per lungo tempo.<\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><i>Massimo Dionisi<\/i><\/p>\n<p lang=\"it-IT\" align=\"JUSTIFY\"><i>Sassari, novembre 2020<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nozioni introduttive all&#8217;osservazione amatoriale del Cielo Spesso nella mie attivit\u00e0 astronomiche, sia nei contatti diretti sia nelle interazioni sui social media, mi vengono richiesti consigli sull&#8217;acquisto di un primo telescopio. 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